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Gianluca Salviato nella sua casa a Trebaseleghe (fonte: YouReporter)

Gianluca Salviato nella sua casa a Trebaseleghe (fonte: YouReporter)

Salviato rivive l'incubo: "Pistola alla testa, pensavo che sarei morto"

L'ingegnere di Trebaseleghe liberato in Libia dopo 8 mesi di prigionia ripercorre, dalla sua casa in via Pascoli, i momenti del rapimento: "Erano in quattro con i kalashnikov". Mamma Gelsomina: "Una gioia enorme"

Il volto scavato dai mesi di prigionia. Serve coraggio anche solo per raccontare ciò che è stato. Gianluca Salviato, l'ingegnere 48enne, originario di Martellago, nel Veneziano, ma residente a Trebaseleghe, nel Padovano, rapito otto mesi fa in Libia e liberato sabato scorso, lo fa con una lucidità disarmante. Dalla sua casa in via Pascoli ripercorre i momenti concitati del suo sequestro, quando venne prelevato da un commando armato di kalashnikov e segregato per giorni, settimane, mesi, in quello stanzino buio in cui raramente riusciva a vedere la luce.

IL VIDEO: Calorosa accoglienza a Trebaseleghe per Salviato

LA PREGHIERA. "Erano tutti ragazzi tra i 20 e i 25 anni, con la barba lunga. Però avevano sempre dei cappucci, quindi non li ho visti in faccia", ha spiegato al suo arrivo alla stazione di Mestre domenica sera. Il giorno seguente nella sua abitazione di Trebaseleghe è un brulicare di giornalisti. Vogliono sapere quello che si prova, cosa accade a un uomo durante otto mesi di prigionia. Accade, per esempio, che pur non essendo credenti, come spiegato da mamma Gelsomina, ci si metta a pregare tanto: "Era convinto che lo Stato non lo avrebbe abbandonato - racconta - siamo rinati di nuovo dopo questa notizia. Dopo questi mesi di disperazione e di impotenza la felicità ha superato tutte le paure che avevamo".

IL RAPIMENTO. Il più felice di essere di nuovo a casa, naturalmente, è Salviato: "Mi hanno puntato la pistola addosso - racconta - io ho pensato che mi avrebbero ucciso". Sono i momenti successivi al rapimento. Poi gli eventi prendono una piega diversa, chissà per quale motivo: "A quel punto però è entrato uno dei loro capi e detto di fermarsi". Era la fine di marzo. Poche ore prima Gianluca era rimasto vittima di un blitz armato: "Quando sono entrato nel mio veicolo un'altra auto mi ha superato e si è fermata davanti - racconta - sono scese quattro persone incappucciate con i kalashnikov. A quel punto ho tentato di fare retromarcia, ma mi ha tamponato un'altra auto. Uno del commando che avevo davanti - continua l'ingegnere - è sceso e mi ha puntato il mitra alla testa. Tirandomi fuori. Lì ho avuto un momento di lucidità e ho tentato di scappare, ma mi ha colpito alla nuca con il calcio del kalashnikov e sono caduto in ginocchio. Alla fine mi hanno caricato di peso sulla loro macchina. Togliendomi tutto ciò che avevo addosso. Da lì siamo partiti".

MESI IN UNO STANZINO. Da quel momento è quindi iniziata la prigionia di Gianluca Salviato, con giorni sempre uguali a quelli precedenti. L'unico trasferimento è stato il primo giorno: "In una casa mi hanno spogliato dalla testa ai piedi e mi hanno dato una tunica che usano loro - ricorda - in due mi tenevano le braccia. Un terzo mi teneva per i capelli. È a quel punto che un quarto ha caricato la pistola e me l'ha puntata alla testa". Dopodiché, come detto, l'intervento del "capo". Il trasferimento e la reclusione in uno stanzino dove Salviato è rimasto solo. Fino al giorno della liberazione: "Mi hanno detto 'sei libero' in arabo - racconta - Mi hanno caricato in macchina, mi hanno portato in una casa dove c'era il capo dei servizi segreti di Tobruk e da lì in aeroporto dove ho trovato gli uomini della Farnesina".

I VIDEO DELLE ESECUZIONI. "Gli hanno dato le medicine. Mangiava quello che mangiavano loro - dichiara mamma Gelsomina dalla sua abitazione di Martellago - Ho consumato il terrazzo a fare su e giù di notte durante questi otto mesi. Con quei video delle esecuzioni alla tv. Ma non abbiamo mai perso la speranza". Quei filmati raccapriccianti li facevano vedere anche a Gianluca Salviato: "Era per intimorirlo - sottolinea la donna - ma Gianluca è stato sempre presente a se stesso. Ha pregato tanto, lui che non era credente. È la situazione in cui ti trovi che ti porta a fare queste cose. È rimasto in quello stanzino senza uscire mai - conclude - camminava per un'ora al giorno. Tentando di tenersi in forma anche con delle flessioni. Questa gioia - conclude la donna - ha superato tutte le nostre paure".

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