Gli imputati accusati aver portato la cosca di 'ndrangheta Grande Aracri in Veneto: «Non siamo mafiosi»

In aula il padovano Adriano Biasion, che è accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso: «Ecco come facevamo le fatture false»

Doppio processo di ‘ndrangheta oggi a Padova e a Venezia. In laguna si è tenuta la prima udienza preliminare davanti al gup Luca Marini, dove compaiono 31 imputati del processo nato dall’inchiesta “camaleonte” della Dda di Venezia.

Venezia

Dei 44 imputati 31 hanno scelto il rito abbreviato, l’altro filone invece è stato ulteriormente spezzato a metà: a Padova è partito il processo per associazione a delinquere di stampo mafioso, a Venezia altri indagati affronteranno il processo per associazione a delinquere finalizzata alle false fatture e al riciclaggio. Oggi davanti al Gup Marini hanno fatto dichiarazioni spontanee Antonio De Pasquale (Crotone), Tobia De Antoni (San Vito al Tagliamento), Salvatore Richichi (Crotone), Mario Megna (Crotone), Francesco Bolognino (Locri), Agostino Clausi (Crotone), Mario Vulcano (Cutro) e Gaetano Blasco (Crotone), tutti accusati a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso, minacce, estorsioni e riciclaggio. Tutti gli imputati nelle dichiarazioni spontanee si sono dichiarati estranei alla cosca di riferimento Grande Aracri e innocenti.

Padova

A Padova dibattimento a carico degli imputati per associazione mafiosa. Testimone dell’accusa il veneto Adriano Biasion, imputato per associazione mafiosa a Venezia e ora ai domiciliari, che ha ricostruito davanti al pm Paola Tonini e al collegio presieduto dalla giudice Marina Ventura, le fatture false prodotte per “coprire” il presunto riciclaggio messo in opera dal clan.

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Indagini

Le indagini eseguite dai carabinieri di Padova erano partite da un’aggressione avvenuta davanti a un’azienda di scaffalature di Galliera Veneta nel 2013, fu la denuncia di un imprenditore e di sua moglie, entrambi trevigiani, a portare gli investigatori sulla strada del clan Grande Aracri radicalizzato in Veneto nelle province di Padova, Vicenza e Venezia e guidato, questa l’accusa, dai fratelli Sergio e Michele Bolognino.

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