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L'incendio alla Nek (foto: vigili del fuoco)

L'incendio alla Nek (foto: vigili del fuoco)

Arrestata una coppia ritenuta responsabile dell'incendio che devastò la Nek di Monselice

In manette un uomo e una donna di nazionalità marocchina ritenuti gli autori del rogo che il 4 ottobre aveva completamente distrutto lo stabilimento, causando danni per quasi 3 milioni di euro

A distanza di cinque mesi dal devastante incendio che il 4 ottobre scorso aveva completamente distrutto lo stabilimento della Nek (ditta di gestione e trattamento rifiuti plastici) di via Umbria a Monselice, mercoledì mattina, a seguito di una complessa indagine denominata "Fuoco incrociato", il Nucleo operativo e radiomobile della compagnia dei carabinieri di Abano Terme, in esecuzione di provvedimento a firma del gip Margherita Brunello, su richiesta del pm Francesco Tonon della Procura della Repubblica di Padova, ha dato esecuzione a due misure cautelari in carcere, arrestando una coppia di marocchini, un uomo e una donna, ritenuti responsabili del reato di incendio aggravato in concorso.

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I DANNI. L'incendio aveva provocato danni per oltre 2 milioni di euro. Le fiamme avevano coinvolto in modo generalizzato l'intero capannone di circa 3.200 metri quadrati dell’azienda che si occupa dello stoccaggio e della selezione di imballaggi da raccolta di rifiuti urbani, con il recupero di imballaggi misti costituiti da plastica, carta, legno, cartoni, tessuti. Divorati dal fuoco i macchinari di lavorazione e il materiale in trattamento. Le fiamme, di chiara origine dolosa, furono domate dopo 24 ore di incessante lavoro, che videro impegnati vigili del fuoco, carabinieri, polizia municipale, volontari della protezione civile e personale dell’Arpav. Il rogo provocò inoltre il collasso della struttura (con crollo di parte del tetto e delle strutture perimetrali) nonché la definitiva cessazione delle attività aziendali (attualmente la Nek è chiusa e lo stabilimento è ancora sotto sequestro).

GLI ARRESTATI. Dopo mesi di indagini, in manette sono finiti B.E.K., 35enne, domiciliata a Battaglia Terme, separata, disoccupata, pregiudicata, regolare sul territorio nazionale, portata in carcere a Verona, e S.B., 29enne, domiciliato a Pernumia, celibe, disoccupato, pregiudicato, regolare sul territorio nazionale, portato al Due Palazzi di Padova. L’indagine dei militari dell’Arma aponense ha consentito di acquisire "gravi ed univoci elementi di responsabilità a carico dei due stranieri".

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LE INDAGINI. Le attività investigative dei militari aponensi, anche mediante l’acquisizione e l’esame approfondito di un’ingente mole di documenti, ha tenuto conto: delle vicende societarie della cooperativa "Libera", proprietaria di Nek, posta in liquidazione nel settembre 2016 al termine di un travagliato periodo di forti contrasti sindacali, atti di sabotaggio, ricezione di lettere anonime, terminato con il licenziamento di oltre 20 dipendenti; dei possibili risvolti connessi alla polizza assicurativa stipulata a copertura dello stabilimento e ad un mutuo gravante sull’immobile; di una possibile ritorsione o vendetta personale.

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RITORSIONE O VENDETTA PERSONALE. Quest'ultima ipotesi ha iniziato a prendere sempre più corpo, con particolare riferimento ai due stranieri arrestati: la donna, licenziata nel maggio 2016 dalla cooperativa "Libera", e il suo connazionale, nonché spasimante, anch’egli già alle dipendenze, per alcuni mesi nel corso del 2015, di una cooperativa fornitrice d’opera dell’azienda in questione. L’attività tecnica ed i riscontri "incrociati" acquisiti dai militari dell’Arma di Abano e Monselice ha consentito infatti di riscontrare la sicura presenza dei due stranieri nelle vicinanze dello stabilimento al momento del rogo (inspiegabile a quell’ora, visto che i due dimorano in zone geograficamente distanti dalla zona industriale di Monselice), ricostruendo puntualmente la dinamica spazio-temporale dei contatti della coppia nei minuti a cavallo della mezzanotte del 4 ottobre scorso (orario in cui si sviluppò l'incendio).

VIDEO "INQUIETANTI". Dall’esame dei telefoni cellulari degli arrestati, già sottoposti a perquisizione nel corso delle indagini, è emerso un quadro inquietante. I carabinieri sono riusciti infatti a ricavare dagli smartphone in questione, anche mediante delicate operazioni peritali per recuperare il materiale audio-video cancellato dalla coppia: video "artigianali" confezionati dai due che ritraevano l’ex datore di lavoro, dirigenti e capi turno della Nek, oggetto dell’attenzione particolare e quasi morbosa degli indagati; immagini anche di vita privata riprese dai profili Facebook dei summenzionati dirigenti; fotografie dell’incendio della Nek, nonché un video, particolarmente aggressivo, che immortalava una bambola gonfiabile logora, abbandonata a terra.

LA CHAT SU WHATSAPP. Decisiva, tuttavia, si è rivelata l’acquisizione della chat tra i due via Whatsapp sia nella fase organizzativa dell’incendio sia in quella successiva al reato, come si legge in una nota dei carabinieri: "Una serie di messaggi tra i due faceva, infatti, riferimento al reperimento di guanti in pelle, nonché all’innesco da utilizzare per l’incendio, consistente in "fagioli" (probabilmente "pellet"), e del "mask" (un profumo tradizionale del medio oriente dalla forma, colore e dimensione tipica della comune "diavolina", noto acceleratore di fiamma). Non solo. Circa due ore dopo l’incendio, sempre tramite Whatsapp, l’uomo avrebbe riferito alla complice di avere dolore al piede, inviandole una fotografia della sua caviglia rigonfia. La ferita, come confermato da medici specializzati, era un "flittene", ossia una raccolta di liquido sotto il derma che avviene generalmente dopo un’ustione di secondo grado. La donna, come emerge sempre dalle indagini, si sarebbe preoccupata, infatti, di acquistare per l’uomo una pomata per le scottature".

II RUOLI E IL MOVENTE. Chiari quindi i ruoli all’interno del sodalizio criminale: B.E.K. sarebbe stata la mente del disegno criminoso, mentre S.R., legato sentimentalmente e succube psicologicamente della donna, sarebbe stato l’esecutore materiale dell’incendio, a seguito del quale avrebbe riportato le ustioni al piede. Il movente dell’incendio sarebbe da ricercare nell’ossessione e nel risentimento della donna verso i suoi ex datori di lavoro (aveva anche partecipato come manifestante a dei presidi di protesta che si erano svolti davanti alla Nek quando ancora era aperta la vertenza sindacale).

UNA COPPIA "PERICOLOSA". Il binomio criminale formato dai due (già resisi responsabili di una rapina impropria in concorso nel maggio 2016 a Monselice: a seguito di un furto di indumenti in un negozio del centro commerciale Airone, la coppia aveva spintonato un addetto) risulta particolarmente pericoloso: la coppia, infatti, non avrebbe esitato ad incendiare lo stabilimento - provocando danni rilevanti all’attività (bloccata sin da quel giorno), all’ambiente (inquinamento dell’aria, acqua e suolo) e, in definitiva, all’incolumità pubblica - per "punire" la dirigenza della ditta. Colpiscono, in questa vicenda, come evidenziato dal gip nel provvedimento cautelare emesso a carico degli indagati, "l’intensità del dolo e la forte spinta criminogena determinata da astio-odio-desiderio di vendetta" per compiere "atti gravissimi sproporzionati che mettono a rischio l’incolumità pubblica, un’intera azienda, la proprietà di terzi, posti di lavoro".

ASPRA VERTENZA SINDACALE. La Nek di Monselice, sede operativa della cooperativa Libera, era finita già agli onori della cronaca per un'aspra vertenza sindacale. Nel dicembre 2015 il titolare aveva denunciato per violenza privata le 24 dipendenti che si erano opposte al suo ingresso in azienda per un sopralluogo con dei tecnici dopo che diversi macchinari erano stati resi inutilizzabili, secondo il padrone appositamente dalle lavoratrici con cui era già in corso una vertenza sindacale, dato che la ditta aveva tolto alcuni benefit alle dipendenti che, dal canto loro, temevano per il proprio posto di lavoro. Nello stesso mese era quindi scaturita la decisione da parte dell'azienda di licenziarle e queste avevano avviato un picchetto e l'occupazione della sede per circa un mese. Da gennaio 2016 erano riprese le trattative tramite i sindacati, culminate con l'azione di protesta delle lavoratrici, salite sul tetto dell'azienda e sgomberate dalle forze dell'ordine. A inizio di febbraio dello scorso anno un verbale d'intesa era stato firmato in Prefettura.

FILT CGIL VENETO. "Come Cgil - dichiarazione di Romeo Barutta, segretario generale della Filt Cgil Veneto - abbiamo sempre avuto una posizione chiara sulla vicenda della Nek di Monselice: tutela dei posti di lavoro e dei diritti dei lavoratori, continuità dell'attività d'impresa, no a forme di lotta sindacale illegali e condanna senza se e senza ma degli atti di boicottaggio dell'azienda. Di fronte agli sviluppi delle indagini, che hanno portato all'arresto di due persone, desideriamo innanzitutto ribadire la nostra fiducia verso le forze dell'ordine e la magistratura, lasciando ovviamente ai tribunali il compito di stabilire le responsabilità. Attualmente, i lavoratori della Nek sono in cassa integrazione, grazie all'impegno del sindacato che ha ottenuto 8 mesi di ammortizzatori sociali che hanno consentito a tante famiglie di sopravvivere in questa fase così difficile. Questo però sarà possibile fino al maggio del 2017, quando la Cig andrà a scadenza. Perciò chiederemo già nelle prossime ore un incontro urgente alla Prefettura, rivolto alla proprietà, alle parti sociali e alle Istituzioni, in modo da fare - insieme - tutto ciò che è possibile per riprendere l'attività e garantire un futuro occupazionale ai cittadini di un territorio, come la Bassa padovana, falcidiato dalla crisi e dalla chiusura di tantissime attività".

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