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Fino a Berlino per inseguire un sogno: ecco com'è nata l'app di successo "Uniwhere"

Si tratta dell'applicazione "regina" nell'ambito universitario italiano e non solo. Ma come nasce un'idea vincente a 360°? Lo abbiamo chiesto ad uno dei suoi fondatori

Oltre 90mila studenti iscritti, ben 51 università supportate dal progetto, 3 Paesi seguiti e almeno 500mila messaggi scambiati con gli utenti: tutto questo è l'innovativa app "Uniwhere", ideata e sviluppata dal 33enne trevigiano Federico Cian insieme ai suoi inseparabili compagni di avventura padovani Gianluca Segato e Giovanni Conz. Ma cosa fa esattamente questa start-up vi starete chiedendo, e perchè tutto questo successo...Beh, la risposta è semplice: "Uniwhere", che si può trovare in tutti gli store digitali, è un app pensata principalmente per l'università e i suoi studenti. Un'applicazione multipiattaforma che si integra in maniera naturale con i sistemi universitari e che fornisce ai ragazzi la possibilità di interagire tra loro attraverso canali e chat-room strutturate, di avere poi tutti i propri dati accademici sotto mano e anche di usufruire di un'agenda virtuale dove poter inserire i propri impegni personali, per non perdersi nulla della vita di tutti i giorni. Oltre a questo però, Uniwhere da anche la possibilità di iscriversi alle singole sessioni d'esame degli atenei convenzionati e permette anche di avere sempre sotto mano la propria media dei voti universitari. Insomma, uno strumento utile a 360°, tanto che nei mesi scorsi Apple l'ha selezionata persino come app di riferimento nella categoria "Education". Un progetto di successo quindi, con al vertice anche un "cervello trevigiano in fuga" che abbiamo voluto scoprire attraverso qualche domanda tra passato, presente e futuro...

Federico…giovane imprenditore e “cervello in fuga” a Monaco di Baviera: raccontaci un po’ chi sei…

"Ho fatto una carriera universitaria abbastanza classica, ho ottenuto la mia Laurea Specialistica nel 2008 e da quel momento ho cominciato a lavorare come sviluppatore software. Un mix di fortuna e opportunismo mi ha poi portato a giugno del 2010 a fare un colloquio per Toshiba Europe a Düsseldorf (Germania): offerta molto interessante, ma anche un cambio di vita radicale. Non ci ho pensato un attimo e mi sono trasferito così all'estero. Le sfide difficili non mi spaventano, anzi mi motivano. Oltre cinque anni di lavoro come Product Manager per una grande multinazionale tedesca mi hanno inoltre profondamente cambiato come persona e come professionista. Ho avuto modo di seguire progetti internazionali e girare il Mondo per visitare fornitori, partner e clienti; ho potuto perciò ottenere duverse soddisfazioni e ho avuto la possibilità di divertirmi molto. Dopodiche però, un viaggio nel 2014 a San Francisco (USA) mi ha fatto capire che l'esperienza in Toshiba era in qualche modo finita: vedere difatti così da vicino l’ecosistema delle startup bella Silicon Valley mi ha convinto a lasciare il lavoro e dedicarmi succesivamente a tempo pieno ad un nuovo progetto. Mi sono così preso cinque mesi sabbatici nella primavera del 2016, tempo che ho dedicato alla preparazione di una gara di Ironman, ma poi mi sono buttato al 100% su Uniwhere. Da ottobre scorso mi sono invece trasferito a Berlino, forse il posto migliore per fare startup in Europa, e spero di rimanerci a lungo".

Una passione per la tecnologia nata fin da piccolo e ora trasformata in un lavoro a tempo pieno insomma. Un sogno che si è avverato?

"La scelta di studiare Ingegneria Informatica è stata abbastanza naturale e ho avuto sempre chiara l’idea di tramutare la mia passione per la tecnologia in un lavoro. In questi anni, poi, chi sa programmare e chi in generale ruota attorno al mondo dell’informatica ha sicuramente maggiori sbocchi professionali sia in Italia che in Europa. Quindi per me è stato abbastanza semplice convertire gli studi universitari in una professione. Aggiungo poi che sono tanto appassionato di tecnologia quanto lo sono di sport ed è per questo motivo che dal 2006 al 2015 ho collaborato con la Nazionale di Pallavolo Italiana come tecnico esperto di statistiche e studio della tattica, mettendo in campo le mie capacità e conoscenze tecnologiche applicate allo gioco del volley".

Non solo ruoli da sviluppatore e fondatore di start-up nel tuo curriculum quindi, ma quale eredità ti hanno lasciato quegli anni lavorativi?

"Nello stereotipo comune, fare startup vuol dire avere poca barba, pochi anni, poca esperienza e tanti sogni. Di sicuro io non sono più questo tipo di persona. Anche noi abbiamo in team chi risponde a queste caratteristiche per fortuna, altrimenti vision ed energie sarebbero la metà. Però poi bisogna scendere nella realtà, e la realtà è fatta di processi, di discussioni, di strategia, e qui l'esperienza è tutto. Toshiba e il mio lavoro nella pallavolo mi hanno dato tutto quello che ad una startup serve, dalle meta-competenze come il tenere duro nonostante tutto, a vere e proprie skills manageriali. Sono convinto che quegli anni siano stati dirimenti nei confronti di quello che sto facendo adesso".

A proposito di Uniwhere invece, cosa puoi dirci al riguardo?

"Quando si pensa ad un app per messaggiare, tutti hanno in testa WhatsApp. Se uno deve informarsi su qualcosa, tutti pensano a Wikipedia. Per i video? YouTube. Per le case? AirBnb. Però non c'è niente di tutto questo per gli studenti, non c'è un'app dove tutti vanno quando studiano all'università. Ecco, questa è Uniwhere. Il perno è la collaborazione: siamo convinti che ad alcune domande possano rispondere solo i compagni di corso, quindi quello che facciamo è mettere in contatto studenti che frequentano lo stesso ateneo o la stessa 'facoltà'. E poi da lì sta a loro".

Un’app per certi versi semplice ed intuitiva, è forse questo il suo successo?

"Sicuramente siamo ossessionati dalla semplicità. Meno un utente deve pensare a cosa fare o dove andare, meglio è. Abbiamo speso ore di tempo a provare a capire come rendere tutto il processo più intuitivo e siamo convinti che sia di gran lunga ora uno dei nostri punti di forza. Crediamo fortemente che usabilità e qualità siano due caratteristiche fondamentali per chi come noi sta provando a spingere un brand nuovo e deve ogni giorno lavorare sodo per acquisire nuovi utenti e mantenerli poi attivi nel tempo".

Un segreto però è forse anche la fidelizzazione del cliente attraverso la simpatia che utilizzate nel proporre i vostri aggiornamenti dell’app sugli store digitali…Su questo siete imbattibili...

"La gente spesso si dimentica che dietro ad un'app, ad un prodotto, ci sono delle persone. Noi vogliamo avere una relazione diretta con i nostri utenti, vogliamo che l'applicazione parli per mezzo nostro, non che sia un mero oggetto da utilizzare. Abbiamo provato a mettere un po' di noi, e questo non solo si vede, ma penso aiuti molto nel costruire relazioni durature con i nostri utenti. Spendiamo moltissime energie nel cercare di rispondere a tutti coloro che ci scrivono, sia per problemi tecnici che per suggerimenti su nuove caratteristiche, curando l’immagine di Uniwhere online e sugli store delle apps attraverso descrizioni e ratings".

In merito alle società del nuovo millennio, “Startup Italia” ha raccontato in passato di come l'Italia sia uno dei Paesi in cui è più difficile “fare azienda" nell'accezione moderna del termine. Lo pensi anche tu?

"Non posso parlare di qualsiasi azienda, perché forse aprire un supermercato o fare il cartolaio non è poi così male in Italia. Però sicuramente è molto difficile 'fare tecnologia' come possono gli americani o anche solo in altri paesi europei. In sostanza, è molto difficile fare startup, che nella sua essenza significa iniziare un progetto di business ad altissimo rischio, ma anche con grandissime potenzialità di scalabilità.  È vero, spesso si tratta anche di una questione di soldi, ma non solo... penso sia un fattore anche culturale. Non c'è infatti propensione al rischio e fallire facendo business viene visto come una cosa molto negativa. In Germania,e non ho detto negli USA, c'è invece un ottimismo che in Italia non esiste, e nel 'fare azienda' questo poi è determinante perché altrimenti se uno non crede nel futuro nemmeno parte. E' quindi un circolo vizioso difficile da fermare".

Cos’hai quindi trovato a Berlino che qui non c’era? Quali prospettive e possibilità ti ha aperto questa scelta?

"E’ brutto da dire, ma in Germania abbiamo trovato dei finanziamenti che in Italia non avremmo mai trovato. La scorsa estate un venture capitalist di Berlino ha creduto prima di tutto in noi, come founders, e poi nel progetto Uniwhere, tanto che abbiamo deciso di trasferirci proprio qui. Nessuno ci ha chiesto: “Quanto fatturate” o “Qual’è la lista dei vostri clienti”, ma ci hanno dato del denaro perchè hanno riconosciuto il valore di quello che facciamo e credono nel nostro prodotto e nelle nostre potenzialità. In Italia, anche da un punto di vista legale/burocratico, è invece molto complicato avviare un'azienda, soprattutto se questa non genera del fatturato. E’ facile da capire che per progetti come Uniwhere, che fornisce un app free, la cosa principale, almeno all’inizio, è avere la libertà di lavorare sul brand e sulla community, con il solo obiettivo di creare un prodotto innovativo che piaccia e venga utilizzato. Questo a Berlino è del tutto normale, sia per progetti appena avviati sia per startup con milioni di utenti, come ad esempio per la conosciutissima Soundcloud".

Incubatori trevigiani come H-Farm ed InfiniteArea cos’hanno, invece, ancora in meno rispetto ai concorrenti esteri?

"Fammi distinguere le cose: H-Farm, che è tra l'altro un luogo stupendo, InfiniteArea e tutti gli altri soggetti che in qualche modo sostengono le startup in Italia, stanno facendo un grande lavoro e meritano un plauso perchè è per merito loro se dal nostro Paese stanno iniziando a nascere progetti interessanti. Quello che manca in Italia è però un vero ecosistema che possa mettere in comunicazione tutte le persone coinvolte in questo mondo. Manca un sostengo da parte dello Stato, il quale ancora sta facendo davvero troppo poco per sostenere le nuove realtà imprenditoriali. E mancano anche investitori veri, aziende disposte a scommettere a condizioni eque e giuste, perchè credono nelle persone e nei progetti  e non perchè vogliono crearci del business intorno. Noi, purtroppo, questo tipo di persone in Italia non le abbiamo incontrate...".

Torniamo un attimo a te ora: quali progetti per il futuro?

"Guardo al domani, alle prossime milestones per Uniwhere, ossia trovare dei nuovi finanziamenti per continuare a crescere in Italia e all’estero e provare a trasformare questo progetto già avviato progetto in un brand riconosciuto in ambito internazionale e in una azienda vera, che possa avere dei dipendenti e che possa fornire tutti i giorni un aiuto e nuove opportunità a tutti gli studenti. Io e i miei soci lavoriamo costantemente per poter convertire il sogno Uniwhere in una società che possa darci da lavorare per i prossimi dieci anni".

Per concludere, quale consiglio daresti  ad un ragazzo che volesse intraprendere un futuro nel mondo delle start-up e della tecnologia?

"Mi viene fatta spesso questa domanda. Le mie risposte sono tre, in questo ordine: fare, fare e ancora fare. Il mondo è pieno di persone che vorrebbero muoversi, ma non lo fanno. Chi veramente produce qualcosa è chi fa fin dal primo istante. Non sai programmare? Impara. Non pensi che in Italia ci sia futuro e vuoi trasferirti? Non avere paura e fallo. Pensi di non avere esperienza? Trova qualcuno che ce l'ha, e se non lo trovi non preoccuparti, che l'esperienza, a suon di 'schiaffoni', te la costruisci. Ma mai, per nessun motivo, fermarsi alla prima difficoltà. Perché fare impresa è una lunga ed interminabile corsa ad ostacoli".

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