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Domenica, 5 Dicembre 2021
Cronaca

L'ex giudice Rodighiero, a 14 anni dalla scomparsa: "L'Università restituisca dignità a Luciano Tedeschi"

"L’oblio non si riserva - ha detto il giudice - a figure che sono state una grossa perdita anche per l’ambiente medico legale forense, dimostratosi invece ingrato”

"Quando un professionista bazzica i tribunali e ha rapporti con giudici, nell’ambiente si sa chi è. Altrimenti non entra". Lo dice immediatamente appena apriamo la porta, il giudice Giannico Rodighiero. Lo fa riferendosi inequivocabilmente a Luciano Tedeschi, morto suicida a Padova il 22 aprile del 2004.

22 aprile 2004/2018

Quattordici anni fa, poco più di un mese dopo un clamoroso furto di droga, quasi 55 kg di stupefacenti, spariti dal caveau di Medicina Legale a Padova.  E' seduto, il giudice, su un divano antico che è opposto alla scrivania alla quale erroneamente lo stavamo cercando, entrando. "E l'università e medicina legale in particolare, hanno dimostrato grande ingratidudine nei suoi confronti. Quello che ha messo in moto la sua disperazione è stato certamente invece legato all'ambiente che si è creato proprio dove lavorava e dove aveva messo tutto se stesso. E lì che è successo qualcosa ma non sappiamo cosa nello specifico, quindi rimangono solo supposizioni". 

L'oblio

“A me piacerebbe che la figura e la persona di Tedeschi fosse ricordata per quello che ha dato, per la generosità, l’impegno e la competenza. L’oblio si riserva alle persone che non meritano, non a quelli che hanno meritato. L’oblio non si riserva a chi ha lasciato una grossa perdita non solo ai suoi cari, ai suoi amici ma a tutto l’ambiente medico legale forense”. Si accende la pipa il giudice. Una boccata, si ferma ad ascoltare la musica. Ora è presidente del Conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza, dove lo abbiamo incontrato. "Ho un ufficio tutto mio solo perché così posso fumare in pace ascoltando la musica. Questo è l’unico dove si può fumare". Lo dice con enorme soddisfazione, seduto su un divano antico. Alla sua destra la finestra è aperta, si sentono le note di un concerto di pianoforte, con tutta la suggestione che porta con sé un palazzo del 1200 e restaurato nel 1500, dove il tempo pare fermo, immobile. "A quest'età è fondamentale essere in pace con se stessi", e ci fa accomodare accanto a lui. 

Maniero e la taglia su Rodighiero

Ha settantotto anni il giudice Giannico Rodighiero. Otto anni pretore a Lonigo, bassa vicentina: "Avevo quattordici comuni. Prima della riforma del 1989, il pretore aveva una competenza penale, civile e anche amministrativa. Faceva un sacco di cose. Era il pubblico ministero di sé stesso”. Gli scappa una mezza risata, l'unica di una lunga chiacchierata, e dura giusto un attimo. Dieci anni giudice istruttore al tribunale di Vicenza, cinque anni successivi il Gip, gup. Maniero aveva messo una taglia su di lei, è vero? "Duecento milioni di lire. Finii sotto scorta e io giravo armato. Quando anni dopo ho avuto l'occasione di incontrarlo di nuovo, gli ho ricordato il fatto. Lui ha risposto con una battuta che è stata la conferma che il pericolo c'era stato davvero". E' stato lui il primo giudice a mettere in prigione Faccia d'Angelo. Gli ultimi quindi anni della carriera li ha passati a Venezia, in corte d’appello e poi come presidente della corte d’Assise di Venezia.

Le figlie di Tedeschi

Quasi non facciamo domande. Il giudice ha letto le parole delle figlie di Tedeschi ed è rimasto toccato. “Non conosco i meccanismi interni a quel laboratorio ma di certo tutta quella droga lì non doveva starci, io non so come mai ci fosse. Fatto è che il brutto epilogo della vita di Luciano è sicuramente dovuto a questo episodio. Perché da quel momento, dal furto in poi, invece che sentirsi protetto e apprezzato viene isolato e dimenticato e non si parla più di lui. Questo sia prima e soprattutto dopo morto”. Avete lavorato a contatto per tanti anni: “I rapporti d’ufficio era ottimi, lui era un uomo preparato e molto serio. Puntuale e dettagliato nella consegna delle perizie. Sapeva rispettare gli impegni ed era davvero molto preciso. Per questo siamo diventati amici. Lo stimavo moltissimo”.

La rimozione di Tedeschi

“Io non mi sono fatto nessuna idea, se non che da parte dell’Università c’è stata proprio la rimozione del fatto. Convegni in cui si sono usati i suoi studi e non è stato neppure detto una volta il suo nome”. Trattiene ancora una volta il fiato, il giudice. “Io non so dire perché, e mi spiace di non potere essere d’aiuto. Anche io brancolo nel buio e non so dare una spiegazione a questo. Gli è stata tolta la dignità con quell’episodio. A me è molto dispiaciuto di quanto accaduto. Ho seguito la vicenda, ho sentito quando c’è stato questo furto ma non ho notizie in più rispetto a quanto si è poi saputo". Poi, quasi con rammarico aggiunge: "Non ho avuto occasione di parlare con lui in quei giorni. E’andato in depressione molto presto, per quella storia. E’ stato tutto molto rapido. Io posso solo dire che lo conoscevo molto bene perché sono stato dieci anni giudice istruttore in questa città, Vicenza, e mi servivo molto di lui per le perizie tossicologiche".

Il furto 

Quindi per lei il suicidio è legato al furto, non a dissidi famigliari? "Erano una famiglia bellissima. Molto unita. Conosco la moglie e le figlie. Soprattutto Lucia che è avvocato. Avevamo qualche argomento in comune in più io e lei data la professione. Ma è molto che non le vedo. Non ci si può proprio permettere neppure di pensare che si sia tolto la vita per motivi personali. Qualcuno l'ha detto, altri hanno solo anche buttato lì l'idea che poi si insinua e rimane, mentre dovrebbero essere solo chiacchiere che l'aria si porta via". Parla lentamente il giudice. L'abitudine a dover essere chiaro. "Io mi sono molto stupito quando c’è stato questo grosso furto di droga nel laboratorio di Padova, Medicina Legale. Non si è mai capito chi sia stato. Io confidavo che l’autorità giudiziaria o di polizia riuscisse ad avere una traccia, ma a quanto pare non è venuto fuori niente. Lui evidentemente se l’è presa, perché forse si sentiva responsabile, ma non capisco come e di cosa. Lui era il capo del laboratorio ma non era neppure il capo di quel dipartimento, che era il dottor Ferrara che era il suo superiore”.

Storie di pescatori

L'amicizia una conseguenza della stima: "Siamo poi diventati amici perché era un uomo solare, trasparente, amichevole, gentile, intelligente. Era una persona,  – trattiene il fiato, il giudice – molto perbene. Avevamo in comune la passione della pesca e abbiamo cominciato ad andarci insieme. Andavamo sul Brenta, tra la provincia di Padova e di Vicenza, a pescare la trota. Facevamo tutte le aperture, sempre, poi ci sfottevamo a chi ne prendeva di più o chi ne prendeva di meno. Sempre le solite storie di pescatori. Questo è tutto quello che posso dirle, ma gli è stata tolta la dignità con quell’episodio. Come se lui rappresentasse solo quella cosa lì o addirittura, solo, quell'episodio lì. E questo è inaccettabile e dovrebbe esserlo anche per l'Università". E si accende di nuovo la pipa. 

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