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Banda dell'esplosivo da cava, il plastico era nascosto in una tomba

Il sodalizio criminale aveva messo a segno colpi in tutto il Nord Italia. Requisiti immobili e auto di lusso acquistati coi soldi rubati ai bancomat. Il detonante veniva occultato sotto la lapide di una defunta a Saonara

La lapide di una bara a terra, in cui era seppellita una signora morta da tempo. È il macabro nascondiglio, in un cimitero vicino a Saonara, in cui un sodalizio criminale, specializzato in assalti ai bancomat e disarticolato nel maggio 2014, nascondeva l'esplosivo da cava impiegato per mettere a segno i propri colpi in tutto il Nord Italia.

PATRIMONIO REQUISITO. Dopo gli arresti e le denunce da parte dei carabinieri della compagnia di Chioggia (Venezia), le forze dell'ordine sono riuscite a mettere le mani anche sui beni acquistati con il denaro trafugato. È successo a fine maggio, nei confronti di uno dei componenti di spicco della banda. Si tratta di A.D., 59enne di Porto Viro (Rovigo), che si è visto requisire parte del suo patrimonio grazie alla normativa antimafia, che dal 2011 in poi può scattare in caso di associazioni a delinquere non di stampo mafioso. E' la prima volta che il Tribunale di Rovigo avvalla questa misura.

IMMOBILI E AUTO DI LUSSO. L'esplosivo da cava utilizzato era di tipo civile e facilmente modellabile, in modo da costituire delle "piattine" da inserire all'interno della bocchetta da cui escono le banconote. Dopodiché basta usare un detonatore e la deflagrazione è assicurata. Il gruppo aveva fatto il salto di qualità e venne disarticolato nel 2014 dai carabinieri di Chioggia, che avevano iniziato a indagare su alcuni assalti non riusciti in Riviera del Brenta. Negli ultimi giorni di aprile 2015 sono stati sequestrati immobili e auto per quasi un milione di euro: alcune di queste, di lusso, erano state acquistate da uno dei criminali con l'intenzione di aprire una concessionaria con il figlio. Si sta ora attendendo una perizia sul valore del capannone che avrebbe dovuto diventare la sede della nuova attività commerciale, prima di procedere alla requisizione.

ALMENO 60 COLPI. Le forze dell'ordine sono entrate in possesso di modelli di Mercedes, Fiat, Alfa Romeo, Audi, Porsche, Dacia, Opel, Volkswagen; ma anche di un gommone nautico, di un carrello porta barche, oltre che a breve anche dell'immobile che sarebbe diventato una futura concessionaria. Nel corso dell'operazione è stato poi recuperato un vero arsenale, composto da 10 chili di esplosivo da cava, 5 chili di polvere pirica, 60 contenitori per il confezionamento degli ordigni, detonatori per l'innesco, materiale elettrico, una pistola con munizioni, una carabina, storditori elettrici taser, scanner per le frequenze radio delle forze dell'ordine, bonificatori per apparecchiature di monitoraggio e attrezzatura da scasso varia. Secondo l'accusa gli arrestati sarebbero stati i protagonisti di almeno 60 colpi ai danni di istituti di credito, con un bottino complessivo di circa un milione di euro. A una parte dei componenti del gruppo criminale sono stati inflitti complessivamente oltre vent'anni di condanne dal solo tribunale di Venezia, molti altri sono ancora in attesa di giudizio (in gioco in questo caso entra anche il tribunale di Rovigo).

SEQUESTRI. Al tempo, oltre al pericoloso esplosivo da cava, materiale che avrebbe potuto far deflagrare edifici interi se solo fosse stata "esagerata" la quantità, venne sequestrata anche una pistola con matricola abrasa, una scacciacani, piedi di porco, auto rubate e pure una fionda artigianale per mettere fuori combattimento l'illuminazione pubblica. Nei guai finì anche chi fornì la pistola alla banda, F.Q., di 58enne di Porto Viro, su intercessione di E.B., 60enne di Rosolina.

UN PADOVANO IL FORNITORE DI ESPLOSIVO. Ma la "forza" del gruppo era l'esplosivo da cava: chi lo forniva era M.G., 28enne di Galzignano Terme ma presente da tempo a Molinella, nella provincia di Bologna. Assieme a L.A.C., 33enne sempre dello stesso paese felsineo, era riuscito ad aprire un canale di rifornimento. In manette anche chi custodiva le auto rubate e clonate: U.B., 68 anni di Comacchio, ed N.D., 73enne di Codigoro nel Ferrarese. Una banda dunque che si muoveva in tutto il Nordest, con i capi, però, saldamente radicati nella realtà criminale della Riviera del Brenta. A capo dell'organizzazione un "triumvirato" di esperti del crimine: M.B., 55enne di Fiesso d'Artico (Venezia), A.D., 59enne di Porto Viro (colui che ha subito il sequestro grazie alla normativa Antimafia), e P.A.S., 48enne sempre di Porto Viro. Poi sostituito da L.C., 54enne di Camponogara (Venezia). Il primo arresto scattò dopo un colpo perpetrato in Toscana: i componenti della batteria che entrò in azione vennero fermati all'altezza dell'uscita di Occhiobello nel Rodigino, quando già si erano spartiti diecimila euro a testa.

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