Malato di tumore, deve pagare 300mila euro per un crimine non commesso di 27 anni fa

Luca Buttarello, agente di polizia in forze alla questura di Padova, scrive al presidente Mattarella la tragedia umana e giudiziaria che sta vivendo da quasi trent'anni

(foto: archivio)

Il gesto inconsulto di un collega durante un controllo, un uomo ferito e una condanna pesante come un macigno da trascinare per 27 anni. Poi l'ennesimo, durissimo colpo, con la diagnosi di un tumore raro e un risarcimento da più di 300mila euro per una condanna spartita con altre tre persone.

Il giorno maledetto

Sembra non avere fine la sequenza di drammi che hanno costellato la vita di Luca Buttarello, 54enne che dal 1985 è agente di polizia e che oggi lavora per la questura padovana. Il giorno in cui la vita del giovane agente è cambiata per sempre è il 31 marzo 1992. La polizia ferma un uomo in una stazione della metropolitana di Milano. Buttarello è lì, ma a eseguire le operazioni sono dei colleghi. Uno di questi (L.T.) sferra una ginocchiata ai genitali dell'uomo in stato di fermo. Buttarello arriva poco dopo. Quell'uomo, dopo molto tempo ha denunciato i poliziotti, sostenendo che quella ginocchiata lo aveva costretto a subire un'operazione di orchiectomia procurandogli un'invalidità permanente. Si celebra un processo che si conclude con la condanna di quattro agenti. Tra loro c'è L.T., ma c'è anche Luca. La sua colpa? Non aver impedito che L.T. sferrasse la ginocchiata. Otto mesi di reclusione.

Il maxi risarcimento

Le sigle sindacali della polizia fanno scudo attorno a Buttarello, nel 2019 scrivono al Ministero dell'interno e al capo della polizia. Nel frattempo, nel 2016, Luca si sposa e subito dopo gli viene diagnosticato un glioblastoma. É un tumore cerebrale raro, il 54enne lo combatte con tutte le forze e con le poche risorse economiche che gli concede lo stipendio di poliziotto, ma lui è convinto che quel male lo abbia aggredito a causa dell'enorme carico di preoccupazioni affrontate per decenni a partire dal quel lontano 1992. Poi, a stretto giro, un altro colpo. Il dipartimento della polizia di Stato gli fa sapere che deve pagare al Ministero 310.175 euro di danni per quella lontana vicenda. Non solo, perché Luca è l'unico dei quattro condannati a dover pagare per tutti.

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La lettera a Mattarella

La sua storia ha voluto renderla nota al presidente della Repubblica a cui ha indirizzato una lettera. Un appello che viene raccolto e rilanciato dalla Federazione sindacale di polizia: «Lo scorso anno abbiamo scritto al Ministero e al capo della polizia. Ad oggi il silenzio e la mancanza di risposte ci indignano e ci spingono ad alzare ancor più la voce» spiega il vicario regionale Maurizio Ferrara. «Sono avvilito e stremato - scrive Luca a Sergio Mattarella -, sono certo che la malattia che mi ha colpito sia il velenoso frutto di 27 anni di preoccupazioni, ansie, sofferenze, notti insonni ed esborsi di denaro. Un tortura disumana. Rispetto i pronunciamenti della magistratura ma non posso condividerli. Come posso essere colpevole per non aver impedito un gesto durato una frazione di secondo, inaspettato e avvenuto lontano da me per mano altrui? E soprattutto, perché devo pagare il risarcimento per tutti gli altri, compreso l'autore di quel gesto? Mi viene ipotecato un quinto dello stipendio e mi hanno ipotecato la vecchia casa che il mio papà ultra novantenne mi ha intestato. Non posso trovare dentro di me la forza di combattere per sopravvivere ad un tumore e, contemporaneamente, portarmi un fardello debitorio del genere sulle spalle».

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