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Cronaca Prato / Prato della Valle

Marco, il combattente di ritorno da Afrin: "Prima Isis, ora la Turchia. Nel nord della Siria emergenza umanitaria"

Lo abbiamo incontrato a Padova. Arriva da una città sotto assedio, anche in queste ore sotto costante attacco. Ha visto e vissuto gli orrori della guerra: "Bisogna fermare massacro civili"

E’ tornato a casa da pochi giorni, direttamente da Afrin, in Siria. Marco, o Gelhat Drakon, come si chiamava fino a quando è stato lì, con i curdi dello Ypg. Ha ventitré anni ed è di Rovigo. Lo incontriamo a Padova, in Prato della Valle. E’ qui per vedere finalmente un po’ di amici che non incontra da diversi mesi. Arriva da una città sotto assedio, che anche in queste ore è sotto costante attacco. Ha visto e vissuto gli orrori della guerra, che sia un po’ frastornato è comprensibile. Però quando si comincia a parlare di cosa ha visto e di cosa ha vissuto si mostra preciso e consapevole. Sono solo pochi giorni che è qui e metabolizzare una esperienza non è facile, a nessuna età.

Con i curdi

Andiamo con ordine, perché ti sei arruolato con i curdi? “I curdi hanno tracciato un percorso, una strada che è un faro se si vuole guardare davvero al cambiamento, a una mutazione vera, nuova. Lo sguardo sui diritti diffusi, l’ambiente inteso come luogo dove viviamo e da rispettare. Poi gli uomini e le donne protagoniste insieme, ma sono solo alcuni degli aspetti. Ovvio che ci sono ancora tante cose che si possono correggere ma stiamo parlando di una realtà che sta cercando di resistere e allo stesso tempo ricostruire, non solo le città, ma una società nuova. E lo fa vivendo sotto assedio, in guerra”.

Isis

Nella regione del Rojava, ha partecipato ad azioni contro l’Isis. Ora, soprattutto adesso, l’impegno è invece quello di resistere a nuova emergenza. La Turchia, dopo aver messo in atto severe restrizioni e azioni repressive contro i curdi nel suo territorio, ora che c’è il rischio che questi si possano costruire uno spazio autonomo in Siria, ha deciso di bombardarli lì. Per questo da qualche settimana le forze armate turche attaccano in territorio siriano la regione del Rojava, dove i curdi stanno cercando di mettere in atto il confederalismo democratico a cui fa riferimento Marco quando parla di cambiamento in atto. Diversi italiani in questi anni sono andati in Siria per raccogliere testimonianze dirette di questa esperienza. Alcuni sono addirittura andati a combattere a fianco dei resistenti curdi Ypg. Quello che ha scelto di fare Marco – Gelhat.

Afrin

Raccontaci di Afrin: “I turchi hanno cominciato a bombardare dal confine in una prima fase. In quelle zone della Turchia abitano curdi, certe città sono praticamente attraversate dal confine con la Siria. Sarebbe importante raccontare anche quello che succede là. Tornando ai bombardamenti di Afrin, all’inizio lambivano i bersagli, ma non li colpivano. Hanno bombardato vicino all’ospedale militare ma non l’hanno preso. Poi però hanno bombardato quello civile, e tutti i ragionamenti che hai cercato di fare fino a quel momento si sono azzerati in un attimo. Cerchi di capire la logica ma non puoi avere visione d’insieme perché sei parte in causa, sei attore partecipe, quindi spesso sfugge la complessità, la capacità di comprendere cosa accade sopra le teste di tante persone, e anche della tua, soprattutto in quel momento”. Quindi non ti viene da pensare che sia un po’ folle andare in guerra, anche se per una causa nobile e giusta? “Certo che ci pensi. Ma se non si fa qualcosa non si cambia mai nulla. I curdi hanno combattuto contro Isis che spaventavano il mondo, non hanno combattuto solo per loro stessi”.

Obiettivi mirati

Laureato in storia antica, Marco ha praticato il karate per 15 anni. Appassionato lettore di libri di saggistica, di antropologia, arte e poesie. Della guerra aveva letto, aveva ascoltato.  “All’inizio l’esercito e l’aviazione turca hanno attaccato tutto attorno, alla città di Afrin. Obiettivi mirati, come il tempio archeologico, che è stata la prima cosa che hanno distrutto. L’hanno colpito apposta, ma non c’era nessuno. E’ uno degli aspetti della guerra, cancellare la storia dei popoli, eliminarne le tracce. E’ quello che accade ai curdi, è quello che rischiano. Per questo i siti archeologici sono presi di mira in questo conflitto. O meglio, anche per questo”.

Emergenza umanitaria

Quali sono le prospettive? “Se nessuno entra in gioco, se ad altissimi livelli non si muove qualcosa, è difficile pensare di resistere. Quella turca è la seconda forza della Nato, continueranno a mandare uomini e a bombardare. Come accade già da tempo sul confine tra Turchia con l’Iraq, anche se qui è diverso. Siamo già in emergenza umanitaria. Se nessuno aiuta la popolazione, e l’unico modo è far pressione alla Turchia di fermare i bombardamenti, potrebbe essere una catastrofe dal punto, mi riferisco ai civili, ai profughi che questa situazione sta creando già. Da Assad come aiuto sono arrivati due mezzi e pochi uomini. Questo fa intendere che forse al tavolo della trattativa la Turchia ha posto eccome la questione curda. Qui continuerà la guerriglia, ma che ne sarà della popolazione civile? E’ un disastro umanitario vero. Ma si può ancora fermare, facendo leva sui governi, facendo sentire il grido di aiuto che arriva da lì. Per fare questo bisogna raccontare, testimoniare”.

L'apocalisse

Hai fatto un periodo di preparazione, un mese di teoria politica e di addestramento. Poi però, finito quel periodo, era la guerra davvero. “Quando vedi i bombardamenti ti senti davvero piccolo, anonimo. Una volta ad esempio gli americani hanno cominciato a bombardare dall’Eufrate da est, i russi attaccavano con Assad da sud. Tutti contro le postazioni Isis. Perché ci sono ancora loro enclave nella Siria, dove sono rintanati. E c’eravamo anche noi chiaramente, che cercavamo di respingerli, per liberare altri territori. Quando ti trovi in mezzo a situazioni così, sembra da una parte tutto surreale, dall’altra parte però ogni secondo ti ricorda che è tutto vero. E’ tutto reale quello che stai vivendo. Quella volta in particolare sembrava l’apocalisse. Tutti ad attaccare le postazioni dell’Isis”. Ti rimane questo della guerra? “Oh no. Vedere i bambini che piangono, uomini senza arti, è terribile. Davvero, ti tocca dentro. Però i bambini fanno più tenerezza. Davvero, ma che colpa ne hanno…”.

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