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Mose, finanza "bussa" anche alle imprese: sequestri per 7,7 milioni

Nel mirino 7 aziende, tra cui la Mantovani e Technostudio, che hanno sede a Padova. Requisiti azioni, quote societarie e immobili. Per la Procura non erano state messe in campo azioni per evitare la corruzione

Si sapeva che prima o poi sarebbe scattata la seconda fase dell'inchiesta Mose. Perché lo Stato, e la Guardia di Finanza in particolare, non solo ha la possibilità di bussare alla porta dei singoli dirigenti finiti nel mirino dello scandalo chiedendo la restituzione di quanto accertato in fatto di mazzette e tangenti. In un secondo momento si sapeva sarebbe arrivata a contestare profitti indebiti e condotte illegali direttamente anche alle imprese che erano rappresentate da quei dirigenti "infedeli". Spetterà ai vari consigli di amministrazione e ai dirigenti dimostrare che loro avevano messo in campo tutte le misure necessarie per far sì che non accadesse alcunché di illecito, addossando quindi le colpe solo sulla condotta "isolata" di chi ha patteggiato o è stato arrestato a suo tempo per corruzione.

CASO MOSE: Un anno dopo il blitz

LE AZIENDE. Per questo motivo, giovedì mattina, su ordine del giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza, gli agenti del Nucleo di polizia tributaria di Venezia hanno eseguito un sequestro preventivo "per equivalente" di 7,7 milioni di euro nei confronti di sette imprese finite nell'inchiesta Mose. Si tratta dei presunti profitti derivanti dall'attività di corruzione che la Procura è convinta di avere ricostruito. Nel calderone quindi sono finite azioni, quote societarie, immobili e terreni. Il ragionamento degli inquirenti è semplice: con le tangenti le figure apicali delle società ottenevano gli appalti e quindi un profitto illegale. A essere interessate dall'operazione della Finanza giovedì mattina sarebbero state la Mantovani (Padova), il Consorzio Venezia Nuova, la Grandi Lavori Fincosit, Condotte, la Nuova Coedmar e la Cooperativa San Martino di Chioggia e la Technostudio di Padova. 

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