Lunedì, 18 Ottobre 2021
Cronaca

Operazione Bitcoin, fine delle indagini: il clan di Lovato a processo per lo spaccio milionario

Il pm Roberti ha chiuso il fascicolo in cui tredici persone risultano indagate per detenzione e spaccio di droga e si avviano al processo. Ventitré gli arresti totali

A mettere la parola fine, almeno per il momento, sulle indagini preliminari della maxi operazione Bitcoin è il pubblico ministero Benedetto Roberti che quest'intricata vicenda l'ha seguita passo passo. Il fascicolo chiuso in questi giorni conta tredici indagati, accusati a vario titolo di detenzione e spaccio di stupefacente. A breve la richiesta di rinvio a giudizio e il via al processo.

Si va al processo

Nuovo capitolo giudiziario per la cupola della droga padovana smantellata con un blitz il 9 ottobre dopo quasi due anni di indagini serrate. Mesi in cui la squadra mobile della questura ha pedinato, osservato, infiltrato agenti, operato nel deep web: un'operazione titanica per mettere in scacco l'organizzazione costruita dall'insospettabile “Dottore” alias Emanuele Lovato, barista 35enne di origine veronese che gestiva il bar Alexander di via San Francesco. Sono ventitré le persone finora arrestate, l'ultimo in ordine di tempo è il 21enne Piero Pasqualin, basista trevigiano e uomo di fiducia di Lovato, anche lui fra i tredici che affronteranno il processo.

Un'organizzazione capillare

Padovani e non solo nel giro di narcotraffico che riforniva la città del Santo con stupefacenti tra i migliori, qualitativamente parlando, mai approdati sulla piazza euganea e provenienti dalla Spagna e dall'Olanda. Un giro di spaccio nato per soddisfare gli acquisti di giovani e meno giovani della città, ma cresciuto ben presto a dismisura. Per gestirlo Lovato ha coinvolto la fidanzata 37enne Marianna Zoia, che in sede di udienza preliminare aveva tentato di far credere di essere all'oscuro di tutto. Ma anche tanti amici che in cambio di ospitalità erano diventati il braccio destro del “Dottore”. Lui gestiva il bar, estraneo alle indagini, gli altri curavano i traffici. Corrieri, rivenditori, basisti di quartiere, e poi studenti fuori sede che avevano ampliato i traffici fino alle loro città di origine, addirittura veri e propri uscieri pagati 100 euro al giorno per accogliere clienti e corrieri (legali, stavolta) che consegnavano chili di droga nei covi sparsi per la città.

Tassello su tassello

Nella graziosa villetta di via Mentana, un gioiellino da 1.600 euro al mese di affitto, Lovato aveva sistemato i complici Raul Buta e Marte Denyz Akyil. É stato il primo, sorpreso la mattina del 9 ottobre, a far ritrovare quasi 20 chili di droga abilmente nascosti in un mobile modificato. E droga c'era anche nell'appartamento di via Belzoni della coppia Lovato-Zoia, come prima ce n'era stata in quello di via Lepanto e come ce n'era a Milano, dove C. e A. L. R., padre e figlio, la stoccavano prima di inviarla verso Padova attraverso il corriere Francesco Di Maria, arrestato a giugno all'autogrill di Limenella con 11 chili di marijuana. Grazie a quell'arresto e al ritrovamento di altri 39 chili in un deposito nel capoluogo meneghino, le indagini hanno avuto la prima, concreta, svolta.

Milioni in bitcoin

Oltre alla droga c'erano poi le criptovalute, Bitcoin ed Ethereum, che Lovato usava per acquistare la merce nel deep web e con cui si faceva anche pagare le forniture più onerose dai clienti. Un sistema certamente meno visibile rispetto alla moneta tradizionale, anche se non infallibile, che ha fruttato all'organizzazione un guadagno stimato in circa 20 milioni di euro, ma anche l'accusa di autoriciclaggio per Lovato a Akyil.

Gli imputati

Il 28 dicembre il pubblico ministero ha sollecitato il giudizio immediato per Emanuele Lovato, Marianna Zoia, Raul Buta, Lorenzo Dal Fabbro, considerati la cupola dell'organizzazione. Ora si apre il processo anche per i complici.

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