Camaleonte bis: salgono a 54 gli indagati per le infiltrazioni della 'Ndrangheta in Veneto

Fine delle indagini preliminari nell'ambito dell'operazione che ha smantellato un'ingente organizzazione criminale mafiosa attiva in tutto il Veneto. Le vittime cominciano a parlare

Giunge a un punto fermo la vasta operazione "Camaleonte", che ha impegnato i carabinieri del Nucleo investigativo di Padova e la guardia di finanza di Mirano coordinati dalla Procura distrettuale antimafia di Venezia nella lotta alle infiltrazioni 'ndranghetiste nell'economia veneta. Martedì sono stati notificati 54 avvisi di conclusione delle indagini preliminari ad altrettanti indagati tra le province di Padova, Venezia, Vicenza, Belluno, Treviso, Reggio Emilia, Parma, Crotone, Reggio Calabria e Cosenza.

Le novità nell'indagine

Sale dunque il numero degli indagati rispetto ai 39 del 12 marzo scorso, quando scattarono le prime 27 misure cautelari con 13 persone finite in carcere e 14 ai domiciliari. Le accuse vanno dall'associazione a delinquere di stampo mafioso all'estorsione, dal riciclaggio all'emissione di fatture false per oltre 30 milioni, all'evasione del Fisco. Dopo la prima fase, il 16 ottobre è scattata l'operazione "Avvoltoio" con una serie di perquisizioni che hanno impresso un'ulteriore svolta al filone principale dell'indagine. Gli sviluppi hanno permesso di raccogliere nuove prove, grazie anche alla collaborazione di alcune delle vittime delle ramificazioni della cosca calabrese Grande Aracri. In particolare sono stati documentati nuovi 13 episodi di estorsione ai danni di imprenditori veneti perpetrati dal 54enne calabrese Antonio Mangone, tra le più eminenti figure dell'organizzazione. Mangone, in carcere dal 16 ottobre, è accusato di associazione di stampo mafioso sulla scorta dei legami comprovati con i fratelli Sergio e Michele Bolognino. Altra novità è che la stessa accusa ha colpito anche un noto imprenditore edile padovano.

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Come opera la mafia in Veneto

L'organizzazione vantava non solo imponenti ramificazioni della 'ndrina Grande Aracri, ma anche una vera e propria formazione veneta, che vede implicati numerosi imprenditori locali che hanno favorito in vario modo gli 'ndranghetisti. I malavitosi agivano individuando imprese in difficoltà, offrendo aiuti economici per illudere gli imprenditori di potersi risollevare e precipitandoli nell'abisso dell'usura e della corruzione. Lo scopo era riciclare il denaro sporco della mafia allestendo un ampio giro di fatture false emesse da società cartiere (la maggior parte in Emilia Romagna e direttamente collegate alla 'Ndrangheta) con la compiacenza obbligata degli imprenditori. Questi a loro volta intascavano il denaro corrispondete all'Iva (mai versata allo Stato) investendolo nelle attività e in spese personali, ma trovandosi invischiati in una spirale senza fine con tassi di usura fino al 300%. Per chi non si dimostrava collaborativo, c'era un ampio repertorio di intimidazioni e minacce che, pur con un raro uso della violenza fisica, hanno ridotto decine di professionisti al totale assoggettamento psicologico. "Camaleonte" aveva permesso di sequestrare beni e patrimoni per venti milioni e di stimare l'emissione di fatture false e danni all'Erario per oltre trenta milioni. Uno degli indagati (un imprenditore veneto) ha sanato il proprio debito versando 5,5 milioni di euro, che si sommano agli 1,6 milioni che gli erano stati sequestrati in quanto provento di riciclaggio.

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