La parabola di un libro-fiume: Danubio, di Claudio Magris

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di PadovaOggi

Il triestino Claudio Magris oggi a Padova, con la collaborazione di Adone Brandalise e Antonio Costa per Danubio. “Ricordo che in spiaggia a Trieste una signora, che poi ho scoperto essere bulgara, mi disse <>” con questa espressione felicissima Magris riassume un libro, un fiume, tante nazioni, una sola cultura quella della mitteleuropa. Dove si va infine? E’ il tema del tutto scorre che ritorna, attraversa i secoli, non smette di persuadere generazioni di scrittori e infine si innesta nella cultura contemporanea e in questo caso nel libro Danubio: un’opera volta non tanto alla frammentazione ma all’unità e un’unità data da una coordinazione all’unisono di numerosi elementi della narrazione. Claudio Magris sceglie sì il Danubio, non già solo per reiterare nella nostra memoria la tematica dell’acqua e del fiume, bensì come immedesimazione di una popolazione, nella quale forse affondano a tutt’oggi le radici del tempo in cui ci troviamo. Con suggestione il Danubio, libro e fiume, mette in evidenza proprio questo: uno scenario in cui forse la religione, il singolo e l’esperienza morale trovano il proprio punto di massima consistenza quando si rifugiano in una pratica artistica. Ricordando un grande, grandissimo della letteratura, Hermann Broch “una vera opera d’arte non deve essere in primo luogo un bel lavoro ma un buon lavoro”. Lavoro in cui si condensano e convivono una forte collettività e una serie di percorsi singolari: e questi danzano assieme con una tale grazia da creare un clima felice di atelier dove i percorsi sono andrelasè uno con l’altro e producono una felice sinergia. Aspetto autonomo di questo libro-fiume è il fatto che i paesaggi che si disegnano a partire dalla traccia danubiana sono anche quelli in cui si mescolano e si ibridano gradi scenari intellettuali e di sensibilità. Si concentra forse una trama spirituale, termine desueto ma qui necessario. Si tratta di forme popolari combinate dal pensiero intellettuale del nostro scrittore. Nella nostra memoria culturale riaffiora inevitabilmente la poesia Fiumi di Giuseppe Ungaretti, e certo questo non è fatto scontatissimo: l’acqua, il fiume, la navigazione, il vagabondare, il viaggiatore sono forse temi che ci portiamo appresso dai tempi più antichi, da quell’ Odisseo che tanto ha peregrinato. Ecco dunque che anche qui l’elemento del fiume non va preso alla lettera, non è un banale riferimento geografico, bensì qualcosa che vuole interagire con la nostra memoria intellettuale, che vuole farci riflettere sul tema dell’unione, della fusione della mescolanza fra culture, tutte unite da un portavoce comune: il Danubio. Ma la parabola del fiume non si estingue qui: si era al tempo della Cortina di ferro quando fu stesa questa opera e Danubio significava quasi confine con l’altra Europa. Magris si impegna a cancellare volenterosamente questa parola: altra. E’ un fiume che attraversa le culture, scorre con la necessità di attraversare frontiere, simbolo delle minacce e delle chance della Babele che è poi il mondo contemporaneo. Simboleggia dunque un’avventura della conoscenza e al tempo stesso dell’abbandono dell’esistenza a favore del fluire della vita. Un occidentale che ha superato la linea di divisione con l’Oriente, che si lascia alle spalle presunzioni o falsi miti e anzi li sfata e cerca, e trova, un filo conduttore, un’unione, un’ibridazione tra le due.

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