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Per Greenpeace l'acqua veneta è tra le più inquinate, la Regione Veneto: "E' potabile"

In merito alla questione dei Pfas sollevata dagli ambientalisti interviene la Regione: "Non supera in nessun modo i parametri stabiliti dall'Istituto Superiore della Sanità"

L'acqua veneta è tra le più inquinate. A dirlo Greenpeace secondo la quale 500 nanogrammi di inquinanti per litro sono un valore spropositato. Basti pensare ad alcuni limiti europei stabiliti, come i 90 della Svezia. L’assessore regionale all’ambiente interviene in merito a quanto affermato dall'associazione ambientalista. L’assessore ribadisce che da quando è emersa quest’emergenza ambientale nel 2013, per la quale non esistevano parametri di riferimento, la Regione si è immediatamente attivata per la messa in sicurezza delle acque, in particolare con i filtri. L’acqua che esce dai rubinetti è quindi assolutamente potabile e non supera in nessun modo i parametri stabiliti dall'Istituto Superiore della Sanità, di cui non pare ci sia motivo di dubitare. L’uso dei filtri è comunque costoso e la Regione, d’intesa con enti gestori degli acquedotti, sta procedendo all’individuazione della soluzione tecnica strutturale per l’approvvigionamento idrico alternativo dell’area interessata dall’inquinamento.

INTERVENTI. La spesa per gli interventi attuati e per quelli in corso di cui si è fatta carico la Regione del Veneto è di circa 500 mila euro l’anno dal 2013 e l’agenzia ambientale regionale ARPAV è l’unica in Italia che si è dotata anche di macchinari specifici per questo tipo di analisi sulle acque con un costo di 1,2 milioni di euro. Questo perché la priorità è la sicurezza dei cittadini. Per conoscere gli effetti dell’esposizione ai Pfas sono in corso di effettuazione anche piani di monitoraggio sanitario sulla popolazione e sugli alimenti, con campagne mirate. La qualità dell’acqua emessa dalla rete idrica è quindi costantemente monitorata da Ulss e ARPAV, nonché dagli stessi gestori del servizio idrico integrato, nel rispetto dei limiti e dei valori di performance indicati dall’Istituto Superiore di Sanità. Proprio in relazione al verificarsi dell’emergenza Pfas, è stata messa a punto una specifica metodologia di rilevazione, non essendo noti in precedenza questi inquinanti nelle acque potabili in Italia.

ADEGUAMENTO REGIONE. Da non confondere con le acque in uscita dai sistemi di depurazione. Anche per queste – puntualizza l’assessore - la Regione si era attenuta a quanto previsto dall'Istituto Superiore della Sanità, in accordo con il Ministero dell'ambiente, imponendo da subito per gli scarichi industriali gli stessi limiti delle acque potabili. Ma a seguito di un ricorso e di una conseguente sentenza del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, la Regione ha dovuto adeguarsi con un successivo decreto che ha previsto tempi più lunghi per il rientro nei limiti fissati che sono comunque gli stessi delle acque potabili. Ammesso e non concesso che il Veneto, che a partire dal 2013 fa migliaia di campionamenti e si è attivato per fronteggiare l’emergenza, sia considerato in difetto, viene però da domandarsi come siano da considerare le altre regioni italiane in cui sono stati rilevati i Pfas e non hanno fatto nulla.

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