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Tamponi rapidi, Roberto Rigoli rischia il rinvio a giudizio: «Non c'era tempo per i test. Ho lavorato con scrupolo»

Il microbiololo trevigiano (in questi giorni in quarantena a causa del virus) e l'ex direttore generale di Azienda Zero, Patrizia Simionato, potrebbero finire a processo per falsità ideologica in atto pubblico. Sotto accusa i test sperimentati tra la prima e la seconda ondata della pandemia da Covid-19

Falsità ideologica in atti pubblici commessa da pubblico ufficiale e turbativa nel procedimento di scelta del contraente. Sono i reati per cui il pubblico ministero di Padova, Benedetto Roberti, ha chiesto il rinvio a giudizio per il microbiologo Roberto Rigoli e per l'ex direttore generale di Azienda Zero Patrizia Simionato. Al centro dell'inchiesta della Procura di Padova c'erano i cosiddetti tamponi rapidì, sperimentati tra la prima e la seconda ondata della pandemia da Covid-19.Il dottor Rigoli (in questi giorni in quarantena perchè trovato positivo al Covid, ma in collegamento oggi 21 luglio durante una conferenza stampa all'ospedale di Treviso per la firma di un protocollo sull'inclusione sociale, vedi foto in basso) avrebbe confermato di aver effettuato l'iter per verificare l'idoneità di quei test, che Azienda Zero poi comprò in due tranche, senza gara, dalla ditta Abbott. Si tratta di circa 500mila kit, per un costo più di 2 milioni di euro. Secondo gli inquirenti non sarebbe mai stata verificata l'idoneità necessaria dei test, fattore questo che avrebbe penalizzato le altre ditte che avevano presentato delle offerte. Roberto Rigoli, sempre secondo la magistratura, avrebbe anche fornito documenti falsi per attestare che i test svolti attraverso i tamponi rapidi erano stati verificati su alcuni pazienti che avevano avuto accesso al pronto soccorso dell'ospedale Ca' Foncello di Treviso. I primi a riportare la notizia sono stati i colleghi de L'Espresso.

Rigoli

Non si è fatta attendere la versione del medico: «Ho ricevuto nella giornata di ieri la notificazione della richiesta di rinvio a giudizio con la fissazione di una udienza preliminare - racconta Rigoli - .In relazione alla accusa che mi viene mossa, desidero precisare che ritengo di avere operato nello svolgimento della mia attività con il massimo scrupolo e nell’esclusivo interesse della collettività. Come risulta dalla documentazione amministrativa relativa al bando di gara e da molti altri elementi di indagine raccolti, nella procedura per l’acquisto dei test rapidi per la rilevazione dell’antigene Covid 19 del mese di agosto 2020, mi era stata domandata una verifica documentale della corrispondenza tra le caratteristiche tecniche richieste dall’avviso pubblico e le schede tecniche dalla casa produttrice. Effettuavamo poi anche una valutazione sull’idoneità tecnica complessiva del kit che conteneva il test rapido (cioè la sua idoneità ad essere impiegato con facilità dagli operatori nel contesto emergenziale in atto). Non era invece stata richiesta un’autonoma valutazione scientifica sull’attendibilità delle specifiche tecniche dichiarate dalla casa produttrice del test. Una tale indagine sarebbe stata del resto impossibile da svolgere poiché, da un lato, avrebbe richiesto uno studio dai tempi incompatibili con quelli ristrettissimi dettati dalla emergenza sanitaria e, dall’altro, i prodotti erano già stati oggetto di controllo e certificazione da parte degli enti competenti, anche internazionali. Sul punto basti ricordare che questi test – già utilizzati negli Stati Uniti – si sono poi rivelati utilissimi per il controllo della pandemia, sono stati venduti in tutto il mondo e ancora sono utilizzati. Nel corso delle indagini preliminari ho ampiamente spiegato il mio operato in un contesto di emergenza che mi ha visto, insieme a molti altri operatori sanitari, in prima linea, senza mai risparmiare le energie profuse per la salvaguardia della salute dei cittadini. Confido che già all’Udienza preliminare sarà possibile chiarire ogni aspetto della vicenda e appurare la correttezza del mio operato».

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