Lingua veneta, cortigiane e artisti nelle saune del piacere: l'altro significato della "stua"

Se diciamo "stua" (lengua veneta, in italiano stufa), pensiamo solo all’oggetto che da secoli ci serve a scaldare la casa. Ebbene, a Venezia, Padova e in altre città non si pensava solo al tepore, ma anche ad altre cose, altrettanto piacevoli. Dovete saper infatti che le "stufe" erano anche delle saune vere e proprie, dove uomini e donne, con una certa promiscuità, potevano curare i loro corpi, ma anche abbandonarsi alla lussuria. Tali attività non erano necessariamente congiunte, ma chi frequentava questi locali conduceva in genere uno stile di vita libero e proclive ai piaceri.

I gestori, chiamati "stufaroli" o "stueri", praticavano la coppettazione, i massaggi, la depilazione, il taglio dei capelli e offrivano varie prestazioni da estetisti. "Gli stuffaroli tengono camere a nolo, mischiando la immondizia esteriore con quella interiore". La stufa era la scena privilegiata delle commedie, in cui, oltre che degli amplessi mercenari, si raccontava anche di beffe, travestimenti e furti. Gli stueri, dunque, operavano a fianco delle prostitute e solo più tardi furono assimilati ai barbieri e chirurghi.

L’affinità delle stufe veneziane con modelli orientali viene sottolineata da Alvise Molin, in missione diplomatica a Istanbul nel 1668, quando visitò "uno dei loro bagni che molti e frequentissimi sono in Turchia, fatti per lavarsi prima delle orazioni loro".

Vasari racconta che, negli squallidi contesti delle stufe, in cui i corpi nudi di cortigiane e meretrici si abbandonavano al caldo abbraccio del vapore, artisti come Tiziano, Veronese, Tintoretto traevano ispirazione per i loro nudi. Santi trionfanti nella loro purezza e nudità, o mitiche fanciulle dell’Olimpo pagano dovevano le loro fattezze a mercenarie del sesso in equivoci bagni.

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