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Cronaca

Tindaci, l'appello dei genitori di Mattia: «Dopo diciassette anni chi sa si faccia avanti»

Lorenza Mazzotti, madre di Mattia Tindaci insieme al marito Giorgio, non hanno mai smesso di lottare affinché la verità venga a galla: «Dopo tutti questi anni sarebbe giusto mettere la parola fine a una vicenda troppo dolorosa»

«A distanza di diciassette anni non si conosce ancora la verità di quanto accaduto quella notte, ma sappiamo che diverse persone sono intervenute sul posto: dal Suem ai Vigili del Fuoco, eppure nessuno è stato ascoltato. Così approfitto per rivolgermi a chi quella notte era presente, sul luogo dell’incidente a Riese Pio X, o chi può essere venuto a conoscenza dei fatti, come chi lavorava all’obitorio o alla Polizia Stradale, che a diverso titolo si sono occupati del caso. Se qualcuno sa o ha visto, si faccia avanti. Anche in forma anonima, se a conoscenza di elementi utili che possano una volta per tutte chiarire che alla guida non c'era nostro figlio Mattia». Lorenza Mazzotti, madre di Mattia Tindaci insieme al marito Giorgio, non hanno mai smesso di lottare affinché la verità venga a galla. «Non si tratta di una questione di soldi, ne abbiamo spesi tanti finora per questa causa e ancora ne serviranno, ma dopo diciassette anni sarebbe giusto mettere la parola fine a una vicenda troppo dolorosa».

Mattia era appena diventato maggiorenne e si trovava nell’auto con quattro amici di cui due hanno perso la vita nello stesso incidente. Dei due superstiti uno non ricorda nulla, Alessandro Faltinelli, l’altra, Francesca Volpe, ha reso una dichiarazione contraddittoria. «In tutti questi anni di battaglia legale sono stati innumerevoli gli elementi che non quadrano. In particolare non è stato dato alcun peso alla prova del Dna che escludeva che ci fosse Mattia alla guida. C’è la questione della fotografia del conducente che è sparita, mentre tutte le altre sono state stampate e sono sempre state a disposizione. E poi ci sono testi che avrebbero potuto fornire indicazioni fondamentali per l’identificazione del conducente che non sono mai stati, inspiegabilmente, sentiti. Come si fa a non ammettere prove che potrebbero essere determinanti?», si domanda la madre di Mattia. «Come si fa non sentire i primi soccorritori che sono intervenuti o i vigli del fuoco che hanno estratto i corpi?». Un'altra voce che mai è stata ascoltata è anche quella del medico del Suem di Crespano del Grappa che aveva già reso dichiarazioni che sono allegate agli atti di causa. «Anche lui non è mai stato sentito come testimone nonostante per primo abbia soccorso i ragazzi e avesse individuato nel passeggero posto sul sedile posteriore destro un ragazzo con caratteristiche fisiche e abbigliamento identiche a quelle di Mattia», ci spiega Giorgio Tindaci.

All’avvocato Francesca Tolomei chiediamo perché si è scelta la strada della Corte Europea. «Ci sono due questioni, principalmente, che ci hanno convinti a fare questa richiesta. Riteniamo che la normativa italiana, applicata anche in questo procedimento, non sia conforme ai principi del giusto processo secondo l’ordinamento comunitario. Una prima questione riguarda la sottoscrizione delle sentenze, in quanto il cittadino quando viene giudicato da un collegio di magistrati deve capire come è stata adottata la decisione. Se a maggioranza e se c’è stato qualche dissenziente. Cosa impedita quando firma un solo magistrato, come in questo caso, che assume le vesti di presidente, estensore e relatore. Questo non è possibile. L’altro aspetto riguarda la necessità che il cittadino si trovi di fronte a un giudice imparziale. La normativa italiana impedisce di spostare la causa ad altro distretto di Corte d’Appello quando nel giudizio è coinvolto un famigliare di un magistrato. Come è avvenuto in questo caso». Francesca Volpe, infatti,  è figlia di un magistrato all’epoca operante nel distretto di corte d’appello. «Lo spostamento della causa avrebbe garantito, almeno astrattamente, la percezione da parte del privato cittadino, di un maggiore equilibrio ed equidistanza nella valutazione del caso», spiega l’avvocato Francesca Tolomei. Anche il padre collega, l’avvocato Vieri Tolomei, su questo è molto chiaro: «La vicenda della famiglia Tindaci si caratterizza da una sostanziale espropriazione dei mezzi di prova e da un’arbitraria interpretazione al di fuori dei canoni normativi degli elementi emersi in giudizio. Vi erano tutti gli elementi tra cui la prova oggettiva del Dna che avrebbero dovuto portare all’esclusione di Mattia Tindaci o comunque ad una decisione per cui non si poteva individuare il conducente».

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