La storia di Graziano, 53enne sopravvissuto alla rianimazione: «La mascherina come la cintura di sicurezza»

L'uomo padovano è rimasto 18 giorni in terapia intensiva a Schiavonia e racconta la sua storia uscito da un incubo durato oltre un mese. L'appello all'uso dei dispositivi

Una testimonianza forte voluta da Domenico Scibetta, il direttore generale dell'Ulss 6 Euganea, che ha portato in diretta Graziano Ruzza, il cinquantaquattrenne, primo guarito nella terapia intensiva di Schiavonia. «Prima ogni positivo ne contagiava 4 adesso siamo passati  a un r con 0,4 ed è merito di tutti quanti. Abbiamo vinto una battaglia ma la guerra è molto lunga. In attesa di un vaccino figlio della scienza facciamo un appello a un vaccino di coscienza».

L'applauso e il sogno

Ruzza che il 10 marzo è entrato in ospedale dopo aver faticato a fare le scale ha raccontato nel dettaglio la sua malattia, il contagio e l'esperienza a Schiavonia tra casco di ossigeno e terapia intensiva: «Sono stato 18 giorni in terapia intensiva e sono il primo paziente uscito vivo. Ora dono il plasma. Il primo trattamento quando sono entrato è stato il casco, mi hanno messo a pancia in giù o girato sui fianchi per cercare di liberare i polmoni e poi hanno deciso di intubarmi. Il primo pensiero? Sono tua moglie e tua figlia. Mi hanno intubato, dicendo che andrà tutto bene e in quindici minuti ti passa davanti tutta la vita. Arrivi in terapia intensiva, ti dicono che ti aspetta un lungo sogno e questo è durato 18 giorni. Quando ti risvegli qualcuno ti racconta che eri un baco da seta sei diventato farfalla. Ci sono medici e sanitari che hanno abbandonato le loro famiglie per salvarci. La sanità ha investito molto per noi. Il casco è la cosa più atroce, adesso usate la mascherina che è come la cintura di sicurezza. L'applauso dei medici? Non è una mancanza di professionalità ma un segno di gioia».

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Il primario

Fabio Baratto, il primario di rianimazione a Schiavonia ha poi raccontato: «La cosa più eclatante è stato l'afflusso rapido e quasi schizofrenico dei pazienti. All'inizio pensavamo morissero tutti, nessuno migliorava e non avevamo conoscenza sulle terapie con assetti variabili. Graziano ci ha colpito perché era molto grave nonostante la giovane età. Lui ce l'ha fatta, qualche altro no. Abbiamo avuto 16 decessi in reparto, questa patologia è seria e non va sottovalutata».

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