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«Rischio fallimento per molti esercizi commerciali»: buoni pasto, scatta l'allarme

Fida Ascom Confcommercio Padova lancia l'allarme: «L'attuale sistema genera una tassa occulta del 30% sul valore di ogni buono pasto a carico degli esercenti»

Michele Ghiraldo, presidente provinciale e regionale della Fida Ascom Confcommercio, va dritto alla provocazione: «Il ministro Patuanelli e la ministra Catalfo vengano a consumare un pasto con noi, così gli spieghiamo bene cosa potrebbe significare per le imprese e per i dipendenti pubblici e privati non avere più la possibilità di pagare la spesa o il pranzo con i ticket». Un’ipotesi, quella prospettata da Ghiraldo, molto concreta se - come sostengono unitariamente Fida e Fipe Confcommercio, Federdistribuzione, ANCC Coop, Confesercenti e ANCD Conad - non interverranno correttivi urgenti, a partire dalla revisione del codice degli appalti nella pubblica amministrazione.

Allarme

Ma perché tanto allarme? «Perché l'attuale sistema - continua Ghiraldo - genera una tassa occulta del 30% sul valore di ogni buono pasto a carico degli esercenti e così, di questo passo, per molti esercizi la prospettiva è quella del fallimento». In soldoni, tra commissioni alle società emettitrici e oneri finanziari, i bar, i ristoranti e i supermercati perdono 3mila euro ogni 10mila euro di buoni pasto incassati che accettano. Alla base di tutto c’è la distorsione causata delle gare bandite da Consip per la fornitura del servizio alla pubblica amministrazione, che hanno ormai portato le commissioni al di sopra del 20% con un taglio drastico al valore nominale dei buoni pasto.

Rischio

Il rischio, a questo punto, è quello di mettere in ginocchio migliaia tra pubblici esercizi e negozi della distribuzione peraltro già “scottati” dalla vicenda Qui!Group, azienda leader dei buoni pasto alla pubblica amministrazione che, dopo essere stata dichiarata fallita a settembre 2018, ha lasciato 325 milioni di euro di debiti, di cui circa 200 milioni nei confronti degli esercizi convenzionati. Conclude Ghiraldo: «Non proprio un fulmine a ciel sereno, motivo per cui le nostre rappresentanze nazionali hanno deciso di avviare un’azione di responsabilità nei confronti di Consip per aver ignorato i campanelli d'allarme in merito alla vicenda».

I dati

Ogni giorno, in Italia, circa 10 milioni di lavoratori pranzano fuori casa. Di questi, 2,8 milioni sono dotati di buoni pasto e il 64,7% li utilizza come prima forma di pagamento ogni volta che esce dall'ufficio. Complessivamente si stima che nel 2019 siano stati emessi in Italia 500 milioni di buoni pasto, di cui 175 milioni acquistati dalle pubbliche amministrazioni, che li hanno messi a disposizione di un milione di lavoratori. In totale, ogni giorno i dipendenti pubblici e privati spendono nei bar, nei ristoranti, nei supermercati e in tutti gli esercizi convenzionati 13 milioni di euro in buoni pasto. La stazione appaltante per il servizio di buoni pasto all'interno della pubblica amministrazione, Consip, effettua le gare formalmente con il sistema dell'offerta economicamente più vantaggiosa ma, di fatto proprio per la natura del buono pasto, al massimo ribasso. Nel corso dell'ultima gara aggiudicata a fine 2018, i 15 lotti, dal valore complessivo di 1 miliardo di euro, sono stati assegnati con uno sconto medio del 20% e con picchi al di sopra del 22%. Uno schema identico a quello del 2016, quando il ribasso medio si è assestato attorno al 15%. Questo livello di sconti, una volta sdoganato dal pubblico, sta diventando di riferimento anche per le gare private. Risultato: un esercente vende prodotti e servizi per valore di 8 euro ma ne incassa 6,18. Aggiungendo a queste commissioni altri oneri finanziari, su buoni pasto del valore di 10mila euro, gli esercizi si vedono decurtare 3mila euro.

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