Centro commerciale a Due Carrare, respinto il ricorso di Federdistribuzione: esulta l'Ascom

Il Consiglio di Stato ha confermato il giudizio del Tar, per la soddisfazione di Patrizio Bertin: «La questione di fondo è l’equilibrio e, finalmente, la magistratura amministrativa ha messo un punto fermo»

«La questione di fondo è l’equilibrio e, finalmente, la magistratura amministrativa ha messo un punto fermo». È decisamente soddisfatto il presidente dell’Ascom Confcommercio di Padova, Patrizio Bertin, di fronte alla notizia che il Consiglio di Stato ha confermato il giudizio del Tar respingendo il ricorso di Federdistribuzione sul regolamento della Regione Veneto - datato 2013 - che mette alcuni paletti in materia di commercio. Una serie di norme che afferiscono a tutele di carattere generale tese a evitare possibili danni alla salute, all’ambiente, al paesaggio e al patrimonio artistico e culturale, e che Federdistribuzione aveva giudicato penalizzanti nei confronti delle imprese della grande distribuzione, tanto da spingerla a ricorrere al Tar prima e al Consiglio di Stato poi, ottenendo da entrambi la stessa risposta, ovvero il rigetto.

Il "doppio rigetto"

E Bertin esulta soprattutto per un motivo: «Un doppio rigetto che spero faccia giurisprudenza anche per ciò che riguarda il progettato megacentro di Due Carrare contro il quale abbiamo intrapreso una battaglia che, fin dal primo momento, ci ha visti tra gli oppositori più convinti. Non ce l'abbiamo con la grande distribuzione, che è giusto che faccia il suo lavoro, ma non si può pensare che forme diverse di commercio come la Gdo e i negozi dei centri storici possano convivere nello stesso territorio, e operare nello stesso mercato, senza che siano stabilite regole di equilibrio. Quelle regole la Regione Veneto le ha stabilite nel 2013, con gli "indirizzi per lo sviluppo del sistema commerciale", stabilendo una serie di principi sacrosanti, che come sistema di Confcommercio Veneto abbiamo proposto, poi abbiamo condiviso ed oggi continuiamo a sostenere». Vale a dire il fatto che una grande struttura di vendita ha un considerevole impatto sul territorio, ne condiziona la destinazione e gli sviluppi futuri. Il che impone, come ha confermato il Consiglio di Stato, la necessità che i principi in materia di liberalizzazione del commercio siano contemperati dalla tutela di un interesse generale. Dunque un diverso regime di autorizzazioni tra grande distribuzione e negozi ‘tradizionali' e poi l'individuazione di aree in cui l'insediamento delle attività commerciali deve essere limitato (anche) per evitare possibili danni alla salute, all'ambiente, al paesaggio, al patrimonio artistico e culturale.

La sentenza

Tutte cose che i rappresentanti della grande distribuzione hanno fin da subito considerato illegittime e lesive della libera concorrenza ma che la sentenza del Consiglio di Stato ha invece riconosciuto "Pacificamente legittimi (…), atteso che il principio di liberalizzazione delle attività economiche deve essere adeguatamente temperato dalle esigenze di tutela degli altri beni di valore costituzionale, quali la salvaguardia del territorio, dei beni culturali e paesaggistici". «A noi – riprende il presidente dell’Ascom Confcommercio – sembra una sentenza perfettamente cucita addosso, che non ammette discussioni e che dovrebbe costituire una pietra tombale anche sull’ipotizzato megacentro di Due Carrare sul quale, dopo l’imposizione del vincolo indiretto della Sovrintendenza, pende ora il giudizio del Tar”.
C’è insomma fiducia anche perché il Consiglio di Stato ha liberato il campo anche dal presunto contrasto ‘denunciato' dalla federazione della grande distribuzione tra la norma regionale e quelle nazionali ed europee: sui regimi autorizzatori stabiliti dalla Regione Veneto, il Consiglio di Stato ha detto infatti che la normativa regionale è coerente con le indicazioni che provengono dall'ordinamento nazionale e comunitario in tema di commercio e concorrenza. Ripeto – conclude Bertin – che non è una questione di vittorie o di sconfitte delle organizzazioni che difendono i diversi (e legittimi) interessi, ma la definitiva presa d’atto che non tutto può essere immolato sull’altare del business. Salute, ambiente, paesaggio, patrimonio artistico e culturale sono beni di tutti e non solo di fondi di investimento o di immobiliaristi».

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