Commercialisti e consulenze tecniche per il tribunale tra mancato pagamento dei compensi, ritorsioni e minacce

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di PadovaOggi

Esprimono preoccupazione molti commercialisti padovani che svolgono il ruolo di periti d'ufficio nominati dal giudice erogando delle consulenze tecniche (perizie) necessarie per le decisioni delle cause pendenti presso il Tribunale. Nelle cause civili il compenso del consulente tecnico di ufficio non è a carico dello Stato ma spetta ad una o ad entrambe le parti.

"Una delle situazioni che spesso si verifica - Osserva Alessandro De Franceschi, coordinatore della commissione area giudiziale dell'Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Padova - è che i colleghi commercialisti, dopo aver svolto il proprio incarico su richiesta del giudice, non vengano pagati, nonostante nella sentenza sia stabilito quale è la parte che condannata al pagamento delle spese della perizia. Si tratta di una situazione che si è accentuata con la crisi economica e che pone i professionisti in difficoltà perché il perito, in quanto consulente scelto tra gli iscritti in un albo professionale, ha l'obbligo di prestare il suo ufficio, di conseguenza il professionista che svolge il ruolo di consulente tecnico d'ufficio, tranne pochi casi previsti dalla legge in cui deve astenersi, non può sottrarsi dal compito, pena conseguenze penali e disciplinari. Come commercialisti svolgiamo un ruolo essenziale per la definizione di una causa in Tribunale quando in gioco ci sono questioni contabili o di valutazioni aziendali, ma non abbiamo più la certezza di essere pagati per il nostro lavoro.

Un ruolo fondamentale quello del CTU che è definito l'occhiale del giudice perché fornisce sui fatti di causa quei chiarimenti e quelle delucidazioni di tipo tecnico che sono necessari al giudice per applicare correttamente la legge e decidere sulla causa.

In alcuni casi oltre al mancato pagamento i professionisti sono vittime di vere e proprie ritorsioni: ci sono parti che hanno perso la causa a seguito della perizia del professionista, che, per ritorsione effettuano degli esposti all'Ordine per far avviare dei procedimenti disciplinari nei confronti del commercialista che ha svolto il proprio dovere di consulente tecnico di ufficio. Nella maggior parte dei casi tali procedimenti si concludono con un nulla di fatto perché l'istruttoria evidenzia che sono denunce pretestuose e prive di fondamento.

Non mancano anche le situazioni di gravi minacce come quella di cui è stato vittima recentemente Davide Iafelice, presidente dell'Unione Giovani Dottori Commercialisti Esperti Contabili di Padova e coordinatore delle UGDCEC delle Tre Venezie, che dopo aver sollecitato alle parti soccombenti il pagamento di alcune perizie d'ufficio, ha ricevuto una telefonata con delle minacce: "Era una voce maschile che parlava con una inflessione dialettale tipicamente veneta, dapprima mi ha accusato di essere un perito corrotto, poi mi ha minacciato promettendo vendetta con ogni mezzo, anche aprendomi la pancia con un coltello se necessario. Sono ancora sconvolto per l'accaduto nonostante siano passate un paio di settimane dall'accaduto, ho già informato l'autorità ed ora stiamo valutando come procedere. Resta tanta amarezza sia dal punto di vista umano sia professionale, perché dopo aver svolto il proprio dovere con correttezza e lealtà, è profondamente ingiusto non solo non essere pagati ma anche subire minacce e ritorsioni."

"Per risolvere la questione dei mancati pagamenti - conclude Iafelice - la normativa dovrebbe cambiare in modo che il perito possa rinunciare all'incarico se non riceve un acconto necessario a coprire buona parte dell'attività che andrà a svolgere. Ovviamente da questo sarebbero esclusi i soggetti che hanno diritto al patrocinio a spese dello Stato. In ogni caso la normativa dovrebbe prevedere che in caso di mancato pagamento da parte di entrambe le parti il compenso del consulente tecnico d'ufficio sia a carico dell'erario, come già previsto per l'incarico di curatore fallimentare, dato che si tratta di un'attività utile allo Stato per svolgere una funzione essenziale come quella di amministrazione della giustizia."

"La spesa necessaria per assicurare il corretto funzionamento della giustizia - conclude De Franceschi - non può gravare sul professionista nominato oppure sulla parte vittoriosa, anche se i casi di effettiva capacità di pagamento da parte della parte soccombente sono sempre più rari. È vero che il professionista può chiedere al giudice di liquidare un fondo spese ma il mancato versamento non consente al consulente tecnico di ufficio di rinunciare all'incarico. Questa circostanza penalizza i giovani professionisti che ricevendo pochi incarichi, hanno un maggior rischio di mancato pagamento, rischio che invece viene spalmato su più incarichi dai professionisti con una maggiore anzianità professionale."

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