Covid, le imprese giovanili le più colpite: nel primo trimestre il numero delle attività calate del 17%

Il presidente nazionale dei Giovani Imprenditori Confapi Jonathan Morello Ritter: «Nel Decreto misure per le start-up, ma se non cambiano le regole nessun futuro per gli under 35»

L’emergenza Covid-19 colpisce duramente i giovani imprenditori. Lo dicono i numeri: il raffronto fra il primo trimestre del 2020 e il primo trimestre del 2019 vede un crollo delle nuove iscrizioni di imprese ai registri delle Camera di Commercio, con un -17,4% sul piano nazionale. A livello locale, come attestano i dati appena sfornati da Info Camere, il calo è meno pesante ma è comunque evidente, con un -6,9% delle iscrizioni a Padova, dove sono state 322 le imprese under 35 che hanno iniziato la propria attività fra gennaio e marzo di quest’anno. Allargando il quadro, va precisato che sono circa 952 mila i giovani titolari o soci di un’impresa - un terzo sono donne - in Italia, e che nel complesso hanno un’età media di 28,7 anni. A Padova a fine 2019 erano invece 6.232, concentrati in particolar modo nel commercio (dove rappresentano il 28,3% del totale), nei servizi alle imprese (22,4%) e nelle costruzioni (14,3%).

Imprenditori e opportunità

«Sono giovani e silenziosi imprenditori a caccia di opportunità, e spesso sono piccoli costretti a fare i conti con i grandi», sottolinea il padovano Jonathan Morello Ritter, presidente nazionale dei Giovani Imprenditori Confapi. «Donne e uomini purtroppo pieni di problemi economici e finanziari, acuiti dalla crisi di queste settimane, anche adesso che, in tempo di Covid-19, il 70,5% delle grandi imprese ha investito in digital marketing (contro il 33% delle piccole) dando respiro a molte start-up digitali. Parliamo di imprenditori che però fanno fatica ad incassare e che si scontrano principalmente su uno scoglio: accedere a fidi bancari e a quegli anticipi delle fatture che consentirebbero loro una crescita più rapida, l’acquisizione di più clientela e l’assunzione di persone. Il punto è che i governi stanziano soldi ma intanto non cambiano le regole, a partire dal famigerato accordo di Basilea che norma il merito creditizio delle imprese, e che ha l’effetto di frenare qualsiasi accesso al mondo bancario. E si deve tenere conto che negli ultimi anni quasi una su tre delle nuove aperture è opera di giovani imprenditori. Poi, però, un terzo di queste nuove aziende chiude i battenti nei primi 5 anni di vita e quasi la metà non supera il biennio».

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Il decreto rilancio

Nel frattempo, tutti gli imprenditori d’Italia stanno studiando le 464 pagine e i 256 articoli del Decreto Rilancio. «È ancora presto per valutare le ripercussioni dell’emergenza epidemiologica e, anche se la produzione dovesse ripartire a pieno regime, serviranno mesi per capire quanto pesante è il calo della domanda. Di sicuro nel Decreto Rilancio sono inserite misure incoraggianti, come teoricamente è lo stanziamento di risorse per chi investe nelle start-up innovative, con l’innalzamento delle detrazioni al 50%: un provvedimento utile per la ricapitalizzazione», conclude Morello Ritter. «Certo, si poteva fare ancora di più. Come Confapi avevamo proposto l’introduzione di finanziamenti con rientro parziale del capitale, misura che avrebbe permesso di usufruire di liquidità immediata: in sostanza, un contributo a fondo perduto ammortizzabile in più anni. Era una soluzione da prendere in considerazione e che in passato ha funzionato molto bene. Ma, lo ripeto, ancora più importante sarebbe che cambiassero le regole di Basilea, vero imbuto che finisce con lo strozzare qualsiasi nuova idea di impresa».

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