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Crollo dei prezzi e blocchi alle frontiere: crisi senza fine per il settore suinicolo padovano

«Il quadro generale è drammatico, gli imprenditori del settore non ci stanno più dentro con le spese e lo Stato deve intervenire al fine di riprendere in maniera regolare gli scambi commerciali con l’estero»

Blocchi commerciali alle frontiere, stop in particolare alle importazioni da parte della Cina, bar e ristoranti chiusi a tempo indeterminato: la crisi del settore suinicolo padovano, con un -25% dei prezzi all’origine, sembra senza fine.

Perdita

I 58 allevamenti certificati della filiera Dop (372 in tutta la Regione, dati Piave - Portale integrato per l’agricoltura veneta) della provincia, per un fatturato annuo complessivo di 34 milioni di euro, stanno lavorando in perdita, come osserva Cia Padova. Oggi un kg di carne di suino da macello viene pagato al produttore 1,208 euro, quando il prezzo per non rimettercene, e di conseguenza raggiungere quanto meno il pareggio di bilancio, è compreso fra 1,35 e 1,40 euro al kg. Quello, invece, per ottenere un seppur minimo margine di guadagno è di 1,60 euro al kg. In pratica, attualmente gli stessi allevatori sono sotto del 25%. Commenta il direttore di Cia Padova, Maurizio Antonini: «Il quadro generale è drammatico. Gli imprenditori del settore non ci stanno più dentro con le spese». Ad aggravare ulteriormente la situazione, già di per sé molto complicata, il fatto che in questi giorni vi siano tonnellate di carni congelate made in Italy, dirette verso la Cina, bloccate ai confini con la scusa del Covid. «Stiamo attraversando - aggiunge Antonini - un’emergenza economica a livello globale. È lo Stato che deve intervenire al fine di riprendere in maniera regolare gli scambi commerciali con l’estero. Il Coronavirus è un mero pretesto, le nostre imprese rischiano di subire dei danni incalcolabili da questi comportamenti ingiustificati da parte dei Paesi importatori, che a lungo andare potrebbero mandare a gambe all’aria l’intero sistema dell’export mondiale. Non siamo nelle condizioni di poter attendere ancora. Ogni giorno di stop forzato delle nostre carni, ipercontrollate da parte delle autorità competenti, rappresenta un mancato guadagno, a svantaggio delle aziende locali».

Prospettive

Per quanto riguarda le prospettive future, al netto del contingente blocco commerciale, non sono affatto buone: «Da quasi un anno gli allevamenti sono chiamati a far fronte a conti che non tornano; fra aprile e giugno del 2020 un kg di carne di suino da macello è stato quotato addirittura 1,034 euro, il picco più basso. Da qui in avanti non sono previste delle inversioni di tendenza». Come se non bastasse, di contro sono aumentati i costi delle materie prime: oggi un quintale di soia proteica vale 48 euro, mentre un anno fa costava al massimo 35 euro al quintale. La crusca ha toccato i 18 euro al quintale (rispetto agli 11 euro dell’anno scorso), il frumento i 22 euro al quintale, quando veniva venduto a 18 euro al quintale. «Un altro rischio - osserva Antonini - viene dalle speculazioni sui mercati di settore. Se non dovessimo registrare un mutamento in positivo da qui ai prossimi sei mesi il pericolo del collasso della filiera sarebbe più che concreto». Per il momento l’unica boccata d’ossigeno è il fondo da 10 milioni di euro, inserito nella Legge di Bilancio 2021, finalizzato alla valorizzazione del comparto suinicolo. Si tratta di un contributo nazionale destinato alla realizzazione di progetti per “l’accrescimento delle condizioni di sostenibilità nelle aziende zootecniche, di produzione e trasformazione della carne”.

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