«Donne tagliate fuori dal dibattito sulla Fase 2»: l'allarme dei pubblici esercizi

«Il Governo sembra essersi dimenticato di mettere le imprenditrici e le lavoratrici in condizione di rientrare in attività con equilibrio e costanza. E se le donne non potranno andare al lavoro salterà la tenuta di tutto il settore dei pubblici esercizi»

«Nel dibattito sulla Fase 2 le donne sono del tutto assenti. Il Governo sembra essersi dimenticato di mettere le imprenditrici e le lavoratrici in condizione di rientrare in attività con equilibrio e costanza. Questo rischia di avere pesanti ripercussioni sul loro futuro»: a dirlo è Valentina Picca Bianchi, presidente delle Donne imprenditrici di Fipe, la Federazione italiana dei Pubblici Esercizi, imprenditrice nel settore del catering e organizzazione eventi.

I dati

Aggiunge Federica Luni, dirigente Appe (Associazione Provinciale Pubblici Esercizi) e portavoce dei pasticcieri di Padova: «A livello nazionale stiamo lavorando per costruire un pacchetto di richieste da inviare al Governo per fare in modo che nelle prossime settimane la Fase 2 si apra anche per noi. A Padova molti pubblici esercizi sono gestiti da donne. In questi due mesi di chiusura “per decreto” i figli sono stati a casa con noi, ma con la fase 2, i nostri esercizi apriranno, le scuole continueranno ad essere chiuse (forse) fino a settembre per poi riaprire a giorni alterni. Bisogna pensare alla riapertura delle scuole in sicurezza ma anche a luoghi di tutela per i minori con servizi per assistere e sostenere efficacemente imprenditrici e lavoratrici. Altrimenti è come se avessimo le mani legate». Nel mondo dei pubblici esercizi, in particolare bar, ristoranti, ristorazione collettiva, catering, intrattenimento, stabilimenti balneari, le imprese femminili raggiungono numeri importanti; nello specifico, a livello nazionale, solo nel comparto bar e ristorazione ci sono 112mila imprese, il 28,7% del totale, mentre dal punto di vista occupazionale le donne rappresentano il 58,9% dei dipendenti, 487mila persone. Lavoratrici, peraltro, che nel 68% dei casi sono già assunte con un contratto part time.

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«Scenario a dir poco inaccettabile»

Conclude Valentina Picca Bianchi: «È evidente che, in questo caso, le donne sono l’anello debole della catena, costrette ancor più di prima a scegliere tra la cura dei figli ed il mantenimento del posto di lavoro. Uno scenario a dir poco inaccettabile. Davanti a tutto questo, serve maggiore consapevolezza da parte dei Sindacati e del Governo. Ecco perché è necessario che siano le imprenditrici a fronteggiare la situazione chiedendo un cambio di passo e misure concrete. È impensabile che una donna imprenditrice o lavoratrice possa portare con sé i figli al lavoro nei giorni in cui non sono a scuola: significherebbe mettere a rischio in primis la loro incolumità, ma anche compromettere il distanziamento a scapito di dipendenti e clienti. Ed è altrettanto improbabile che una lavoratrice possa permettersi il lusso di pagare a tempo pieno una babysitter, pur beneficiando dei contributi statali. E attenzione: se le donne non potranno andare al lavoro salterà la tenuta di tutto il settore dei pubblici esercizi. Serve un piano B, e serve subito. Non si può scaricare il peso di questa situazione solo sulle spalle delle donne o dei nonni, che peraltro vanno tutelati in quanto categoria più a rischio. Noi siamo pronte ad un confronto per trovare modalità diverse ed efficaci e faremo - certamente - la nostra parte. Siamo certe che anche le colleghe delle altre associazioni vorranno unirsi per costruire una task force al femminile e coadiuvare questo Governo che sta sottovalutando la reale portata di questo problema».

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