«Governo pavido e illiberale, e Dpcm potenzialmente suicida»: la dura reazione di Confapi Padova

«È l’ennesimo pasticcio normativo con cui si è perso ulteriore tempo, ma il problema è che le Pmi, di tempo, non ne hanno più. La provincia di Padova rischia di perdere 2,6 miliardi di euro di Pil»

I dati forniti da Fabbrica Padova

«Pavido, illiberale e potenzialmente suicida». Carlo Valerio, presidente di Confapi Padova bolla così quanto emerso dall’ultima conferenza stampa del premier Giuseppe Conte e dal susseguente Dpcm del 26 aprile.

«Ennesimo pasticcio normativo»

Prosegue Valerio: «È l’ennesimo pasticcio normativo, con cui si è perso ulteriore tempo. Ma il problema è che le Pmi, di tempo, non ne hanno più. Da settimane Confapi è all’opera su tutti i piani - nazionale e locale - per attuare al meglio la Fase 2. A riguardo, l’andamento della curva epidemiologica dimostra che il senso di responsabilità dimostrato dai cittadini veneti ha dato i suoi frutti, perché molte imprese hanno riaperto nel rispetto delle norme di sicurezza, mentre i contagi hanno continuato a scendere. È la dimostrazione concreta che il Governo doveva essere più coraggioso. Ne va della stessa sopravvivenza della nostra economia, della nostra società. Il punto è proprio questo: alle aziende in sicurezza doveva essere data la possibilità di riaprire prima, senza badare ai codici Ateco, ma alle loro effettive condizioni. Chiunque creda di poter distinguere il lavoro con i soli codici Ateco non ha evidentemente alcuna cognizione del mondo produttivo delle pmi, vera spina dorsale dell’economia Italiana. Il tutto mentre i nostri competitors europei si sono rimessi in moto, guardando, appunto, all’effettiva capacità delle imprese di mettersi in sicurezza. Ed è o non è illiberale penalizzare le nostre aziende rispetto a quelle tedesche e francesi? E, allargando la prospettiva al di là del territorio veneto, è o non è illiberale che le aziende calabresi o lucane, dove l’incidenza del virus è stata minima, non possano lavorare?».

2,6 miliardi in meno di Pil

«Col passare delle settimane il Governo ha sempre più dato l’impressione di navigare a vista, aumentando il senso di incertezza, che grava sulla vita di ognuno di noi», prosegue il presidente Valerio. «Non dimentichiamo che solo la nostra provincia produce circa 32 miliardi di Pil all’anno. Sostanzialmente, ogni singolo giorno a Padova “vale” 87,67 milioni di euro di prodotto interno lordo. Possiamo davvero permetterci di scherzare con certi numeri?». Fabbrica Padova, centro studi di Confapi, stima che se il calo del Pil nel 2020 sarà effettivamente pari all’8,1% ipotizzato nella bozza del Def dal governo, la provincia produrrà ricchezza per circa 2,6 miliardi in meno rispetto al 2019. E se il rimbalzo positivo sarà del 4,7% nel 2021, comunque si ritornerà a un ammontare del Pil di 1,2 miliardi inferiore rispetto a quello pre-epidemia.

I dati

A oggi la situazione è questa: le imprese del settore manifatturiero, delle costruzioni e di una parte significativa dei servizi sono destinate a riaprire i battenti il 4 maggio, se in possesso dei protocolli di sicurezza adeguati (dispositivi di protezione per tutti i lavoratori come mascherine, guanti, igienizzanti, ma anche in grado di un maggior distanziamento tra gli addetti, la rimodulazione degli spazi e anche dei turni di lavoro). Ma di quante aziende si tratta, nel territorio? Fabbrica Padova ha messo in fila un po’ di numeri. Intanto va precisato che il decreto dello scorso 22 marzo, con cui sono stati stabiliti i codici Ateco delle imprese che potevano restare aperte senza la necessità di alcuna autorizzazione, ha fatto sì che 59.465 imprese della provincia potessero rimanere o tornare all’attività. A queste ne vanno aggiunte poco meno di 8 mila che hanno fatto richiesta alla Prefettura di restare operative in quanto parte della “filiera essenziale”. Ne consegue che circa 50 mila delle 117.888 imprese registrate dalla Camera di commercio al 31 dicembre 2019 hanno abbassato le serrande: tra queste, 14.212 sono nel settore industria (mentre 6.799 sono quelle rimaste aperte sempre restando nel settore industriale, dati Istat). Almeno 32 mila quelle che si potranno aggiungere quando si allenterà la morsa sugli spostamenti e fabbriche e uffici potranno riaprire i battenti, coinvolgendo circa 112 mila lavoratori. Per i negozi al dettaglio, alcune forme di servizi e per circa 6 mila bar e ristoranti occorrerà ancora invece attendere (anche se per quest’ultimo settore esiste la possibilità di offrire pietanze per asporto): si tratta di altri 18 mila esercizi.

Cinque ragioni

Commento finale di Davide D'Onofrio, direttore di Confapi Padova: «Sono almeno cinque le ragioni che ci spingono a dire che alle aziende in sicurezza doveva essere concessa la possibilità di riaprire prima. La prima: il nostro territorio vive di export, che ha un peso di 10,2 miliardi di euro solo nel 2019. E, se non ripartiamo rischiamo di essere tagliati fuori dalle filiere internazionali. La seconda: le nostre aziende non possono ricorrere più a lungo agli ammortizzatori sociali, il cui costo incide molto di più per le piccole rispetto alle grandi aziende. La terza: ulteriori indebitamenti rischiano di minare alle fondamenta le pmi, proprio perché non hanno l’autonomia finanziaria delle grandi imprese. La quarta: un fermo ulteriore deprimerebbe ulteriormente una domanda interna già bassa, col rischio concreto di non poterla più rialzare a sufficienza, innescando un circolo vizioso da cui non si torna indietro. La quinta: la finanza pubblica è già allo stremo, è l’intero Sistema Italia che rischia di saltare. Ecco perché lo ribadiamo: ogni giorno ha inciso e continua a incidere sulla perdita di quote di mercato e sull’occupazione».

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