Agricoltura, il Coronavirus taglia 2.755 posti nel Padovano nel primo semestre del 2020

Dal primo gennaio al 30 giugno 2019 gli assunti, compresi gli stagionali, in agricoltura sono stati 6.445, mentre nello stesso periodo dell’anno in corso il valore è sceso del 43%, toccando quota 3.690

Il Coronavirus taglia 2.755 posti nel settore primario nella sola provincia di Padova nel primo semestre del 2020: i dati sono riportati in un recente studio di Veneto Lavoro.

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Dal primo gennaio al 30 giugno 2019 gli assunti, compresi gli stagionali, in agricoltura sono stati 6.445, mentre nello stesso periodo dell’anno in corso il valore è sceso del 43%, toccando quota 3.690. Giù, in particolare, il numero degli stranieri, soprattutto provenienti dall’est Europa (Romania e Bulgaria su tutti). Un fenomeno, questo, che secondo Cia Padova è motivato dal fatto che «tali lavoratori preferiscono rimanere nei propri Paesi d’origine per non rischiare di venire sottoposti a due potenziali quarantene: la prima all’arrivo in Italia, nel caso i test rapidi dovessero risultare positivi, e la seconda al loro rientro. Di fatto potrebbero rimanere fermi, appunto senza lavorare, addirittura per quattro settimane». In crisi la vendemmia (-58% di italiani, -45% di stranieri), le attività correlate alla coltivazione di ortaggi (-56% di italiani, -49% di stranieri) e dei cereali (-43% di italiani, -59% di stranieri). Per quanto riguarda gli allevamenti di pollame, il personale straniero impiegato conta 55 unità, il medesimo valore registrato nel primo semestre del 2019. Stando a quanto indicato nel report di Veneto Lavoro, «l’avvio della stagione estiva ha contribuito a migliorare le condizioni del mercato di lavoro, dopo le pesanti perdite subite nella fase più acuta dell’emergenza sanitaria, ma si conferma insufficiente a ripianare la caduta occupazionale degli ultimi mesi. A livello generale restano da valutare gli effetti del blocco dei licenziamenti e dell’estensione della cassa integrazione, due provvedimenti che hanno contribuito a limitare il numero di cessazioni durante il lockdown e che sono tuttora oggetto di discussione in merito ad una probabile proroga della loro validità».

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I commenti

Commenta Maurizio Antonini, direttore di Cia Padova: «Va fatto un ragionamento complessivo per inquadrare la questione In questo momento tutto il settore primario è in sofferenza in termini di redditività. Da mesi, ad esempio, un litro di latte viene pagato agli allevatori tra i 29 e i 30 centesimi al litro, quando il mero costo di produzione è di 39 centesimi al litro. E le previsioni, con il canale Horeca ancora parzialmente bloccato, non sono buone». Durante la quarantena, inoltre, i listini Cun (Commissioni uniche nazionali) relativi al cunicolo sono arrivati a registrare una punta minima di 1,24 euro al chilo (in taluni casi, -49% rispetto e gennaio 2020, fonte Ismea, Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare). Ora il trend è in rialzo, il prezzo è di 1,69 euro al chilo. Tuttavia, rimangono molte incognite, come spiega Antonini: «Non ci sono segnali di una consolidata inversione di tendenza. Dall’inizio dell’anno abbiamo registrato una continua diminuzione dei prezzi, a tutto svantaggio degli imprenditori agricoli. Un fenomeno, questo, causato dal lockdown e da una complessiva speculazione nei vari passaggi della filiera. A rimettercene, come sempre, le aziende, in costante sofferenza». Per quanto riguarda i lavoratori, in particolare gli stagionali, il direttore di Cia Padova puntualizza che «tali decrementi relativi alle assunzioni sono riconducibili pure al fatto che gli stranieri sono impossibilitati a venire in Italia. Vi sono troppe restrizioni, per loro non vale la pena. Con l’inizio delle campagne di raccolta - vendemmia, frutta autunnale e olive - è necessario modificare al più presto l’attuale strumento del lavoro accessorio, così da consentire alle aziende agricole di reperire manodopera in tempi brevi. Più volte abbiamo proposto uno snellimento dell’attuale impianto del lavoro accessorio, da ultimo anche con un emendamento al Dl Semplificazioni, con l’obiettivo di permettere alle imprese agricole di reperire manodopera facilmente e velocemente, come avveniva in passato attraverso il voucher, in particolare per fronteggiare situazioni emergenziali». Allo stesso tempo, date le difficoltà di ingresso da fuori Europa, Cia chiede di prorogare al 31 dicembre 2020 tutti i permessi di soggiorno stagionali, assicurando ai tanti lavoratori extracomunitari presenti sul territorio italiano di continuare a svolgere l’attività nelle aziende agricole nel rispetto della legalità. Inoltre, secondo Cia, occorre incentivare e promuovere il ricorso alla manodopera italiana nei campi. Oggi il sistema produttivo nazionale è in seria difficoltà (8 milioni di cassaintegrati e 1,5 milioni di disoccupati) e questa potrebbe essere una delle soluzioni per aiutare a rilanciare l’economia nazionale. «Più in generale, in questa fase la politica deve guardare con più attenzione al settore agricolo, cruciale nei mesi di quarantena, ma inspiegabilmente escluso da tutte le misure del Dl Agosto legato al mondo del lavoro. Un’anomalia su cui Cia ha già interrogato il Governo, per capire come mai un comparto con più di 1 milione di addetti non possa beneficiare degli esoneri contributivi in caso di assunzione o di mancata attivazione degli ammortizzatori sociali».

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