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Crisi della suinicoltura: in pericolo le produzioni dop Venete a partire dal prosciutto nostrano

Coldiretti Padova, dai bovini ai maiali fino ai conigli un patrimonio sull’orlo del collasso, allevamenti a rischio chiusura in alcune parti del territorio euganeo

In Veneto si teme la chiusura di 300 allevamenti suinicoli della filiera Dop, ovvero Parma e San Daniele, produzioni d’eccellenza. A Padova c’è preoccupazione per le sorti della Dop nostrana, il Prosciutto Veneto Berico Euganeo, che ha il suo fulcro nel montagnanese e nell’area confinante della provincia di Vicenza grazie alla presenza di storiche aziende agricole specializzate nella produzione di qualità. E’ l’allarme lanciato da Coldiretti che denuncia una forte e ingiustificata contrazione dei prezzi negli ultimi mesi, che nel caso dei capi destinati ai prosciutti sono scesi da quasi 1,80 euro a poco più di 1 euro al kg mentre le spese per l’alimentazione degli animali, dal mais alla soia, hanno registrato rincari fino al 26% mettendo in difficoltà gli allevatori che rischiano di non vedersi neppure ripagati i costi di produzione.

Suini esteri

E mentre per alcune tipologie di suini nelle commissioni prezzi non si riesce neppure a determinare il valore, restano aperte le porte all’invasione dei suini esteri: un’offesa – afferma Coldiretti – per gli allevatori veneti che con 700mila capi destinati al 75% alla produzione di prosciutti a denominazione contribuiscono a rafforzare un settore che rappresenta un valore importante del Made in Italy. In Veneto l’allevamento di suini e la produzione di carne vale 196 milioni di euro e la nostra regione è terza in Italia con oltre duemila allevamenti. Nel 2019 Veneto Agricoltura ha certificato una produzione di 136 mila tonnellate di carne di maiale con una flessione del 2% sulla quantità e un calo di fatturato del 4%. Padova è la terza provincia, dopo Verona e Treviso, per produzione con 23 mila tonnellate e un fatturato di oltre 33 milioni di euro. Riguardo al prodotto a marchio Dop, il prosciutto Veneto Berico Euganeo, prodotto anche nel Montananese, ha certificato come conformi 130 mila cosce. I prezzi restano deboli mentre la spesa per i salumi tiene perché è trainata proprio dalla richiesta di prosciutto crudo, una tipicità del territorio molto apprezzata. La situazione è aggravata dalle importazioni con una quantità media di 4,7 milioni di cosce che ogni mese si riversano nel nostro Paese, mentre in Italia il via libera all’obbligo dell’etichettatura d’origine su tutti i salumi è atteso dal 93% degli italiani che ritengono importante conoscere la provenienza degli alimenti per dire finalmente basta agli inganni.

Interventi urgenti

«Bisogna intervenire urgentemente –chiede Massimo Bressan, presidente di Coldiretti Padova - recuperando un diverso atteggiamento dentro la Commissione unica nazionale, promuovendo il consumo della carne di suino italiana, attivando misure urgenti come l’ammasso privato e il bando a favore delle persone indigenti». A preoccupare Coldiretti non è solo la suinicoltura veneta ma l’intero patrimonio zootecnico messo a repentaglio da una crisi strutturale. Dal latte alla carne il report di Coldiretti Veneto evidenzia dati allarmanti: il settore, nonostante non abbia mai interrotto l’attività, è in grave difficoltà. Servono interventi mirati e urgenti perché siamo al punto di non ritorno. La forbice tra costi di produzione e prezzo di vendita è ridotta a pochi centesimi e spesso siamo ben al di sotto dei costi di produzione. «Gli allevamenti di bovini,  suini e persino dei conigli - aggiunge Bressan –  sono in sofferenza a causa di speculazioni, importazioni dall’estero, distorsioni della filiera, ma soprattutto la chiusura del canale Horeca durante la pandemia. Nell’ordine il settore del latte penalizzato dalle importazioni dall’estero, nonostante la quasi totalità della produzione sia destinata ai formaggi di denominazione. La forbice tra costi di produzione e prezzo di vendita è ridotta a pochi centesimi di euro per litro se non addirittura negativa. Perdere la produzione di latte veneto vuol dire tagliare le gambe al settore caseario che, invece, avrebbe ampie prospettive di crescita».

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