Economia

«Nel Padovano è ripartita la filiera agroalimentare»: il "sospiro di sollievo" di Cia

«Siamo riusciti a resistere in una congiuntura che per molti aspetti è stata difficilissima: ora va garantita la giusta redditività a chi assicura l’approvvigionamento di cibi sani, controllati e di qualità»

A un anno dal termine del lockdown severo, durante il quale sono state registrate punte minime storiche (-10% nel settore della macellazione dei bovini, -3,7% nell’export dei vini, -30% nel florovivaismo e fino ad un -90% negli agriturismi), la filiera agroalimentare sembra stia ripartendo definitivamente.

Rapporto

Lo rileva il “Rapporto sulla domanda e l’offerta dei prodotti agroalimentari nell’emergenza Covid-19”, a cura di Ismea, Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare. Il medesimo report, con numeri rielaborati nella realtà padovana, parte da una premessa: «I continui apri e chiudi del canale Horeca hanno impattato in maniera differente tra i vari comparti; se in alcuni settori il calo delle vendite nei ristoranti e nei bar è stato più o meno compensato dall’incremento di quelle nella distribuzione organizzata, così non è stato per altri quali il vino e il florovivaismo». La spesa per i consumi domestici di prodotti alimentari è una delle poche variabili sulle quali la pandemia ha avuto un impatto positivo: nel marzo del 2020 si è giunti addirittura ad un complessivo +20%. «Con il trascorrere delle settimane - spiega Cia Padova, analizzando i dati diffusi da Ismea - la ritrovata fiducia nella capacità del sistema agroalimentare di garantire gli approvvigionamenti quotidiani ha progressivamente attenuato il tasso di crescita degli acquisti In ogni caso la risposta dei consumatori, pure nei mercati agricoli e nelle vendite dirette nelle aziende, rimane tuttora molto buona».

Dati

Nello specifico, sta continuando a crescere il segmento delle uova, anche se difficilmente raggiungerà i livelli della primavera del 2020 (+42% rispetto all’anno precedente). Con qualche distinguo, anche il comparto delle carni, con +9,8% rispetto al 2019, ha fatto registrare degli incrementi di spesa. Il settore stesso ha evidenziato una buona resilienza grazie alla propensione da parte dei consumatori a convertire i consumi “fuori casa” in consumi “in casa”. Va tuttavia ricordato che a giugno del 2020 il prezzo dei suini da macello pesanti (160/176 kg) ha toccato il minimo storico sul mercato nazionale (circa 1 euro al kg), e per le cosce fresche pesanti per la Dop (13/16 kg) le quotazioni sono state le più basse da quando è attiva la Commissione Unica Nazionale (circa 3,20 euro al kg per la coscia fresca pesante destinata al circuito Dop). A maggio hanno iniziato a calare anche i prezzi degli altri tagli di carne destinati al consumo fresco (lombo taglio Padova, coppa e pancetta fresca). Ora, finalmente, è arrivata quell’inversione di tendenza che aspettavano gli addetti ai lavori. Puntualizza Cia Padova: «Come fa notare Ismea gli incrementi si sono concentrati nei periodi in cui i canali della ristorazione hanno subito le maggiori restrizioni; mentre gli acquisti sono tornati su livelli simili all’anno precedente nel trimestre estivo, quando i canali Horeca hanno ripreso a lavorare». È cresciuta inoltre la spesa per i prodotti lattiero caseari: +8,3% (formaggi +9,7%, latte +3,9%). Il segmento degli ortaggi ha mostrato una crescita dei consumi del 9%, supportato sia dai freschi (+8,6%) che dai trasformati (+9,6%): durante il lockdown le vendite sono aumentate del 22%; la situazione si è “normalizzata” nei mesi estivi, per poi tornare a crescere nella fase finale dell’anno, con incrementi che a novembre hanno superato il 13%. L’onda lunga è arrivata fino ad ora. Bene la frutta, con un + 8,9% sul 2019. Al contrario, l’anno scorso il mercato globale del vino ha risentito del blocco della ristorazione. Stimato un -10% del fatturato, considerando anche un ribasso generalizzato dei prezzi internazionali».

Cia Padova

Commenta Maurizio Antonini, direttore di Cia Padova: «Siamo riusciti a resistere in una congiuntura che per molti aspetti è stata difficilissima. D’altronde la filiera agroalimentare non funziona come una fabbrica, dove basta premere un pulsante e la produzione si ferma. Pur con tutte le criticità del periodo, gli imprenditori agricoli hanno dimostrato di essere lungimiranti; hanno cioè scommesso sul lungo periodo, i fatti stanno dando loro ragione. In cima all’agenda rimane la questione dell’equo reddito a favore degli agricoltori. Prezzi alti al consumo non significa maggiori ricavi per chi lavora la terra. Spesso vi sono dei rincari lungo la filiera, a svantaggio sia per i produttori che per gli stessi consumatori. A chi assicura l’approvvigionamento di cibi sani, controllati e di qualità va garantita la giusta redditività».

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