Automobili: sono solo 76 le vetture immatricolate nel Padovano ad aprile

Il risultato equivale al 96,86% in meno dello stesso mese dell'anno scorso ed il 54,82% in meno dei primi quattro mesi del 2020 rispetto ai primi quattro mesi del 2019

E se descrivessimo una per una le immatricolazioni delle case automobilistiche? «Fino a due mesi fa - commenta amaro Massimo Ghiraldo, presidente dei concessionari auto dell'Ascom Confcommercio di Padova - avrei preso per matto chi avesse avuto l'ardire di farmi una domanda del genere, oggi posso farlo benissimo». E può farlo perchè, in tutto il mese di aprile, a Padova e provincia sono state immatricolate 76 auto, qualcosa come il 96,86% in meno dello stesso mese dell'anno scorso ed il 54,82% in meno dei primi quattro mesi del 2020 rispetto ai primi quattro mesi del 2019.

La vendita delle auto

«Non so nemmeno io che tipo di giudizio dare - continua Ghiraldo - anche se i motivi sono chiarissimi e, a questo punto, anche le preoccupazioni diventano grandissime». La sequenza sembra il resoconto di un mercato cristallizzato ad inizio '900: 2 Alfa Romeo, 1 BMW, 7 Citroen, 6 Fiat, 8 Ford, 2 Honda, 2 Jaguar, 4 Jeep, 5 Lancia, 7 Land Rover, 2 Mazda, 1 Mercedes, 1 Nissan, 5 Opel, 10 Peugeot, 1 Renault, 1 Seat, 1 Skoda, 4 Suzuki, 5 Tesla e 1 Volvo. A voler trovare un raggio di sole in un mese tempestoso c'è il dato della Tesla che con le sue motorizzazioni elettriche sembra offrire una chiave di lettura ambientalista per il futuro. «Non abbiamo la sfera di cristallo - ammette Ghiraldo - e dunque non siamo in grado di prevedere cosa succederà a lockdown finito: magari le remore a servirsi dei mezzi pubblici convincerà qualcuno ad acquistare un'auto, magari lo sviluppo dello smart working farà abbandonare l'idea a chi invece quell'acquisto lo aveva programmato per il 2020. Di sicuro le offerte, anche per iniettare di fiducia il comparto, non mancheranno».

Via d'uscita

Nel frattempo, anche se gli uffici marketing delle case automobilistiche sono al lavoro per trovare una qualche via d'uscita ad una situazione difficilmente ipotizzabile anche per i primatisti del pessimismo, la sofferenza del settore è palpabile. «Abbiamo dovuto fare largo uso della cassa integrazione - conclude Ghiraldo - e il timore è quello che, se la fine del "tutti a casa" dovesse non essere caratterizzata da una voglia di ripresa robusta, l'occupazione non potrà che soffrirne. Per evitare tutto questo non c'è che una strada: contributi a fondo perduto».

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