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Mercoledì, 19 Gennaio 2022
Economia

Riduzione dei redditi e gap salariale: la maxi-analisi svolta dalla Caaf Cgil di Padova

Si tratta di un'analisi che ha preso in esame un campione composto dalle dichiarazioni dei redditi di 53.056 persone, di cui il 45% donne

È stato uno studio piuttosto articolato quello condotto dal Caaf Cgil di Padova, effettuato attraverso l'elaborazione dei dati dell'ultima campagna fiscale, terminata il 30 settembre.

53mila persone

Spiega Lisa Contegiacomo, amministratrice delegata del Caaf Cgil di Padova: «Si tratta di un'analisi che ha preso in esame un campione composto dalle dichiarazioni dei redditi di 53.056 persone: il 45% donne e il 55% uomini. Si tratta, per il 51% di redditi provenienti da lavoro, per il 43% da pensioni e per il 6% da “altro”, e cioè soggetti che non si possono classificare, ad esempio inoccupati, minori o soggetti tutelati, i deceduti oppure coloro che, avendo smesso di lavorare e sono andati in pensione, presentano entrambe le tipologie di reddito».

Variazioni di reddito

«La prima analisi - va al sodo Lisa Contegiacomo - prende in esame, all'interno del campione complessivo, un sotto campione composto dalle dichiarazioni dei redditi di 23.565 persone. Si tratta di persone che si erano rivolte a noi anche per la dichiarazione dei redditi del 2020, i cui codici fiscali sono conservati nelle nostre banche dati. Ebbene, considerando le variazioni superiori ai 500 euro, tra questi ben il 44% ha subìto una perdita di reddito, il 26% nessuna variazione (nel mentre, come sappiamo, carburanti e bollette hanno avuto un notevole rialzo) e il 31% ha avuto un guadagno. Se guardiamo l'intera platea presa a riferimento, la perdita di reddito è pari al 2%. Se, invece, andiamo a verificare solo i soggetti che hanno subito la perdita salariale, cioè andiamo ad indagare su quel 44% che ha avuto un calo di reddito, risulta che le donne hanno avuto un taglio del 15% e gli uomini del 12%. Per entrambi si ha un abbassamento annuo pari a quasi due mensilità lorde, tra i 3.500 e i 3.100 euro».

Gap salariale uomini-donne

«La seconda analisi che abbiamo condotto - prosegue Lisa Contegiacomo - si concentra invece sul gap salariale tra uomini e donne, che si assesta su un meno 38,35% a sfavore delle donne, naturalmente. Se andiamo invece ad analizzare le due tipologie, quindi lavoratrici e pensionate, la percentuale di calo delle prime rispetto ai colleghi maschi è pari al 30,5%, mentre è del 39% per le seconde rispetto ai pensionati maschi. Nella suddivisione dei redditi derivanti da lavoro, inoltre, le donne si trovano in modo massiccio nelle fasce di reddito medio - basse e tendono a scomparire con l'alzarsi dei salari. Una tendenza dimostrata anche dalla suddivisione per genere dei soggetti percettori di un reddito inferiore a 2.941 euro, e quindi considerati fiscalmente a carico: ebbene, la quasi totalità di chi si trova in questa condizione, cioè il 93%, è donna».

Dipendenti pubblici

«La terza e ultima analisi - conclude Lisa Contegiacomo - riguarda i dipendenti pubblici. In particolare, sono stati estrapolati i dati dei lavoratori dell'azienda ospedaliera di Padova, dell'ULSS 6, dell’Università di Padova, della scuola e del Comune di Padova. Si tratta di 1.886 lavoratrici e lavoratori, il 30% uomini (575) e il 70% donne (1.311). Pur essendo, quindi, le donne più del doppio in termini numerici, il reddito medio è del 20% in meno rispetto agli uomini. Annualmente, stiamo parlando di una differenza salaria in meno per le donne di 6.630 euro lordi».

Aldo Marturano

«Questi numeri - interviene Aldo Marturano, segretario generale della Cgil di Padova - sintetizzano il costo della pandemia pagato da lavoratrici e da lavoratori, una fotografia della perdita di reddito subita dalle fasce popolari. E’ innanzitutto l'effetto del massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali, che abbassano e di molto il salario. Senza contare quanti il lavoro l'hanno perso del tutto, sono decine di migliaia della nostra provincia, e che a causa della loro condizione di precarietà non hanno avuto nessuna copertura che rimediasse almeno parzialmente all'assenza del salario. A pagare il prezzo più alto, sia della riduzione del reddito sia della perdita di lavoro, le persone più deboli, in particolare le donne e i giovani. Per questo, come sindacati, pretendiamo la riforma degli ammortizzatori, che devono dare copertura universale. Il Governo si sta muovendo in questa direzione, ma in maniera troppo timida e con risorse largamente insufficienti. Per la stessa ragione chiediamo che le risorse del Pnrr siano destinate alla creazione di lavoro stabile e di qualità. L'occupazione maschile italiana è in media con quella europea, quella femminile invece è largamente inferiore. Senza recuperare su questo lato non usciremo mai dalle difficoltà in cui versiamo e nessuna crescita economica solida sarà possibile. Voglio aggiungere che, dati OCSE alla mano, è più di un trentennio che in Italia i salari sono fermi al palo, anzi dal 1990 segnano un arretramento del 3% contro un aumento medio europeo, per lo stesso periodo, intorno al 30%. Ma nel frattempo il costo della vita non solo è aumentato ma, con il recente super rincaro delle materie prime, crescerà ancora. C'è, infine, l'eccessivo carico fiscale che pesa sul lavoro e troppo poco sulle rendite. Dalla prossima legge finanziaria dovrebbe arrivare una risposta netta su questo punto, per aumentare il potere d'acquisto di chi per vivere ha bisogno di lavorare. Siamo, sotto questo aspetto, quelli messi peggio a livello continentale. E’ assolutamente necessario un riallineamento virtuoso, senza il quale la domanda interna continuerà a languire e questo è un danno anche per le imprese».

Marianna Cestaro

«Si tratta di dati - commenta Marianna Cestaro, componente della segreteria confederale della Cgil di Padova con, tra le altre, la delega alle politiche di genere e alle pari opportunità - che confermano, ce ne fosse bisogno, che la strada per recuperare la cronica e accertata differenza dei redditi tra gli uomini e le donne non solo è lunga ma è ancora tutta da percorrere. Stiamo parlando di un gap di quasi il 40% a svantaggio delle donne. Sono dati che non fanno che confermare la nuda e cruda realtà e purtroppo non destano nessuna sorpresa. Quel che sconcerta è la totale passività con cui questa situazione viene accolta non solo dal Governo ma dalla politica in generale. E questo lo si evince proprio dall’ultima analisi condotta sui dipendenti pubblici, settore dove la parità salariale è già garantita da ferrei tabellari. Eppure, anche qui, il gap persiste ed è consistente. Sono quasi 600 euro in meno al mese. Tra le molteplici cause, spicca senz'altro il part time involontario: per quanto non imposto dai datori di lavoro, definirlo volontario è infatti una forzatura. Perché le donne vi ricorrono, il più delle volte, dovendo conciliare il lavoro retribuito con un altro lavoro, vale a dire quello di cura verso i figli e la famiglia. Su questa condizione il via libera definitivo del Senato al Ddl per le pari opportunità tra uomo e donna, che contiene la parità salariale, ben poco potrà incidere. Occorre, evidentemente, pensare innanzitutto a un cambio di modello culturale e sociale, che non scarichi il lavoro di cura per intero sulle donne, ma che chiami in causa anche gli uomini. Poi ci sono precise misure di welfare da assumere, che rendano conciliabili il lavoro con l'essere genitori e l'avere una famiglia. Infine servono politiche di genere che riavvicinino l'Italia ai Paesi europei più evoluti. Con meno di questo, le disparità di trattamento, le ingiustizie, le disuguaglianze sociali, anziché ridursi, rischiano di esplodere».

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