Domenica, 17 Ottobre 2021
Economia

«Due lavoratori su cinque dichiarano meno di mille euro netti al mese»: l'allarme nel Padovano

Il trend emerge dal report regionale realizzato dallo Spi Cgil del Veneto: nel Padovano il reddito medio pro-capite del 2017 è di 21mila 229 euro

Da una parte i lavoratori dipendenti, che vedono diminuire il reddito e quindi anche il proprio potere d'acquisto. Dall'altra i lavoratori autonomi, che invece registrano guadagni in crescita e mantengono in modo più che soddisfacente la propria capacità di spesa. In mezzo, i pensionati, che contengono il tasso di inflazione, grazie agli accordi del 2016, ma continuano a essere la categoria più "povera". Ecco dunque tratteggiato il quadro di una provincia, quella padovana, dove le diseguaglianze sono in aumento e tanti cittadini-lavoratori non navigano certo in buone acque: due contribuenti su cinque, infatti, dichiarano redditi inferiori ai mille euro netti al mese.

I dati

Il trend emerge dal report regionale realizzato dallo Spi Cgil del Veneto che ha elaborato i dati del Dipartimento Finanza del Ministero (redditi 2018 su anno di imposta 2017) nell'ambito della negoziazione sociale, che vede il sindacato dei pensionati confrontarsi con sindaci e rappresentanti degli Enti locali per definire politiche i grado di tutelare le fasce deboli della popolazione, in primis gli anziani. Nel Padovano, il reddito medio pro-capite del 2017 è di 21 mila 229 euro in leggera crescita rispetto ai 21.217 euro del 2016 e ai 20.964 euro del 2015. Il 38% dei contribuenti, però, dichiara redditi inferiori ai 15 mila euro lordi annui corrispondenti a circa mille euro netti al mese. le differenze fra le diverse classi di lavoratori, però, sono notevoli. I lavoratori autonomi, infatti,  vedono crescere il loro reddito medio di oltre 6 mila euro in due anni (dai 44 mila 174 euro del 2015 ai 49 mila 662 euro del 2017.  Per loro il costo della vita è stato abbondantemente contenuto.  A perdere potere d’acquisto sono invece i lavoratori dipendenti che registrano addirittura una diminuzione del reddito: nel 2015 dichiaravamo in media 22.265 euro lordi annui, nel 2016, 22.332 euro, nel 2017, 22.141. I pensionati, infine, mantengono la loro capacità di spesa grazie agli accordi raggiunti nel 2016 dal sindacato con il governo ma ricevono assegni previdenziali medio-bassi (circa 17 mila e 500 euro lordi annui).

Preoccupazione

Le diseguaglianze sociali possono essere riassunte anche da un altro dato:  nel Padovano il 12% della ricchezza prodotta è distribuita fra il 38% dei contribuenti, mentre un altro 17% è suddiviso fra il 3% della popolazione, quella che denuncia redditi superiori ai 75 mila euro. Alessandro Chiavelli, segretario generale dello Spi Cgil Padova, commenta: «Siamo molto preoccupati.  L’analisi è impietosa e mostra come le diseguaglianze sociali siano sempre più marcate anche nel nostro territorio. Alla base di questa situazione vi sono la persistente precarizzazione del lavoro, i blocchi contrattuali e il continuo aumento dell’evasione fiscale che mette in difficoltà gli equilibri contabili delle nostre amministrazioni locali. Ed è proprio partendo da questi dati che ci presenteremo ai tavoli con sindaci ed Enti locali nell’ambito della negoziazione sociale con la quale il nostro sindacato vuole tutelare le fasce più deboli della popolazione e in particolare i nostri pensionati. In tale contesto, continua Chiavelli, registriamo nei Comuni padovani diverse delibere che modificano le aliquote Irpef dopo lo sblocco dei tributi previsto nella legge di bilancio del 2019. Alcune amministrazioni, tenendo conto anche delle nostre indicazioni,  hanno alzato le soglie di esenzione, come Albignasego, Anguillara, Arquà Petrarca, Ponte San Nicolò.  Altri, purtroppo, come Boara Pisani, Conselve, Correzzola, Granze, Loreggia, Urbana,  hanno solo inasprito la pressione fiscale, a volte raddoppiandola, senza distinguere fra redditi alti e redditi bassi. Ecco perché trovano ampia giustificazione le nostre richieste al governo nazionale, alla regione e alle amministrazioni locali per cercare di ri-orientare le scelte di politica economica e sociale a favore delle fasce più deboli delle nostre comunità».

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