Coronavirus, Donazzan: «Illogico equiparare restauro e spettacolo, va cambiato il dpcm»

«Sono contraria fin dal primo istante all’applicazione dei codici Ateco perché non sono una garanzia di sicurezza, ma danno semplicemente un indicazione sul settore merceologico»

Le imprese di restauro di beni culturali non potranno riprendere la propria attività da lunedì 4 maggio. Inquadrate principalmente con il codice Ateco 90.03.02 (ricompreso nella famiglia delle “attività creative, artistiche e di intrattenimento”) non risultano presenti tra i comparti dell’edilizia e dei lavori manutentivi indicati nell’ultimo DPCM emanato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte tra le prime attività a riaprire laboratori, cantieri e fabbriche.

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Governo illogico

«Il governo si sta dimostrando illogico: sono stata contraria fin dal primo istante all’applicazione dei codici Ateco perché non sono una garanzia di sicurezza, ma danno semplicemente un indicazione sul settore merceologico di riferimento», afferma l’assessore regionale al Lavoro Elena Donazzan. «L’attività del restauratore è equiparabile a quella dei cantieri edili, e al tempo stesso, per la sua stessa tipologia, è sicuramente a minor rischio di contagio rispetto a molte altre attività per le quali è stata consentita la riapertura. Quando si incappa in un errore così grossolano - continua Donazzan - si comprende che l’intero impianto del dpcm andrebbe cambiato oggi stesso: il settore del restauro è tra i più nobili e strutturati del grande comparto dell’edilizia e merita un intervento immediato per porre rimedio a questa discriminazione. C’è un danno poi anche alla Regione, che da anni investe in alta formazione dedicata a questo settore a tutela di un patrimonio monumentale e architettonico tra i più rilevanti in Italia e nel mondo – conclude Donazzan - Oltre all’evidente danno ai privati, a cui il governo dovrebbe essere chiamato a rispondere, anche le regioni italiane che investono nel comparto dovrebbero chiedere conto di questo modus operandi assurdo».

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