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Lunedì, 17 Giugno 2024
Economia

Cresce il numero dei Working poors, quelli che lavorano ma non arrivano a fine mese

Aldo Marturano, Cgil Padova: «Il 15,9% del totale dei dipendenti nella nostra Provincia si trova in una condizione di povertà, ossia ha un reddito inferiore agli 11.500 euro. La percentuale sale al 20% se consideriamo solo le donne e al 19% se guardiamo solo i giovani»

«In provincia di Padova i cosiddetti Working Poor si aggirano intorno alle 50 mila unità, una cifra inquietante. Eppure il Governo non sta facendo niente per combattere la precarietà e la recente legge di bilancio tende a favorire i redditi sopra ai 39 mila euro», attacca Aldo Marturano, Cgil Padova . Un fenomeno preoccupante che non risparmia nessun territorio, compresa la provincia di Padova. Stiamo parlando dei Working Poors (cioè, i cosiddetti Lavoratori Poveri) un fenomeno che in Veneto riguarda circa 200 mila lavoratori e che recentemente è stato analizzato, a livello nazionale, da un gruppo di lavoro istituito dal Ministero del Lavoro che ha portato a delle conclusioni in gran parte già anticipate, da diversi anni, dai sindacati e in particolare dalla Cgil.

Lo studio

«Lo studio condotto per la nostra provincia – dice Lisa Contegiacomo, AD del Caaf Cgil Padova – ha coinvolto le dichiarazioni dei redditi elaborate nel 2021, e quindi riferite all'anno precedente, su un campione composto da un totale di 28.422 persone. Si trattava di capire quanti di loro si trovano in una condizione di povertà cioè che pur lavorando percepiscono una bassa retribuzione, la cui soglia è stata individuata in 11.500 euro lordi all'anno, una cifra inferiore del 60% della retribuzione mediana. Un campione dove le donne sono il 47,9%, pari a 13.626, gli uomini sono il restante 52,1%, pari a 14.796 lavoratori. I giovani, cioè coloro che si trovano sotto i 35 anni, sono 5304, pari al 18,6%. Se non facciamo distinzioni in base al sesso e all’età, le lavoratrici e i lavoratori poveri risultano essere il 15,9% dei dipendenti totali, ma la percentuale sale se analizziamo solo le donne (che arrivano ad essere il 20%, praticamente una su 5 è povera) e i giovani dove sono il 19%. Da notare che il reddito medio di coloro che si trovano sotto la soglia di povertà individuata negli 11.500 euro lordi all’anno, è di 7.505 euro».

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«Quel che emerge – interviene il Segretario Generale della Cgil di Padova, Aldo Marturano – è la rappresentazione plastica di come sia distribuito fra le categorie, il lavoro povero nella nostra provincia. Praticamente tra le lavoratrici e lavoratori somministrati, cioè coloro che lavorano attraverso un'agenzia interinale, quasi la metà ossia il 48%, si trova in una condizione di povertà e a prescindere dal settore a cui è prestato si trova in oggettive difficoltà economiche. Poi, si trovano nella medesima situazione di povertà, il 40%  delle lavoratrici e lavoratori che operano nel terziario, ossia nei servizi (quindi anche ristorazione e turismo) e il 29% tra coloro che sono impiegati nel settore agro-alimentare. Dallo studio del Caaf, emerge che quasi il 16% della forza lavoro dipendente è desolatamente povero. Considerando che nella Provincia di Padova, lavoratrici e lavoratori dipendenti si aggirano intorno ai 318 mila (dati Istat elaborati dal Comune), applicando questa percentuale risulta che le lavoratrici e lavoratori in una condizione di povertà sono intorno ai 50 mila. Una cifra molto vicina alla realtà e decisamente importante».

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«Eppure – prosegue Aldo Marturano – nonostante l’Italia sia il paese con la percentuale di lavoro povero più alta della media europea, l’11,9% contro il 9,2%, non ci sembra che il Governo stia affrontando con decisione il problema e anzi, se guardiamo alla recente Legge di Bilancio, ha fatto delle scelte che vanno in tutt'altra direzione. Mi riferisco alla decisione di ridurre le aliquote fiscali, portandole da 5 a 4, con tanti saluti alla progressività, e di rivedere il sistema delle detrazioni con il risultato che a trarre maggiore vantaggio sono i redditi da 39 mila euro in su, penalizzando le fasce più basse ed azzerando qualche beneficio per i redditi dai 25 mila ai 30 mila euro (salvo pecette, 65 euro per redditi da 25 a 35 mila euro). Ricordo che sempre da un precedente studio del Caaf, abbiamo calcolato che l’85% dei redditi provenienti da lavoro dipendente o da pensione, non supera i 35 mila euro, il che significa che a beneficiare dei nuovi vantaggi fiscali sarà quel 15% che già non se la passa male. Una situazione di ingiustizia contro cui ci siamo sempre battuti».

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«E questo perché – conclude Aldo Marturano – noi rappresentiamo quella fetta del Paese che coincide con quella più svantaggiata, più fragile ma più numerosa, per cui si sta facendo poco o nulla. Voglio ricordare che contro questa situazione, già da settembre, nell’indifferenza generale, avevamo iniziato un percorso di mobilitazione culminato il 16 dicembre con uno sciopero generale e tre manifestazioni nazionali (noi eravamo presenti a quella di Milano) che la pressoché totalità delle forze politiche che sostengono questo governo definì un gesto incomprensibile se non addirittura da irresponsabili. A loro dico che noi, non solo confermiamo le nostre ragioni ma aggiungo che la nostra lotta continua, si è solo spostata su un altro piano ossia su come verranno spese le risorse europee del PNRR. Una partita decisiva cui la politica dovrà dimostrare, attraverso un costante confronto con noi, se ha a cuore le sorti degli ultimi (il cui numero è costantemente in crescita: hanno superato gli 8 milioni in Italia, secondo la Fondazione Di Vittorio) e se vuole ridurre disuguaglianze per dare risposte al malessere sociale, invertendo le storture della globalizzazione. Dovesse, ancora una volta, far prevalere logiche di puro mercato, troverà l'opposizione durissima della Cgil. È necessario che il lavoro torni ad essere centrale e ad avere una retribuzione che permetta a chi la riceve e alla sua famiglia di poter vivere dignitosamente. Non lo dice la Cgil ma l'art 36 della nostra Costituzione».

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