11 settembre 2001-2013, Padova ricorda: il discorso di Ivo Rossi

Il testo integrale dell'intervento del sindaco reggente di Padova in occasione della cerimonia di commemorazione delle vittime degli attentati terroristici che hanno colpito il cuore degli Stati Uniti

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di PadovaOggi

Sono passati dodici anni dal gravissimo attacco inferto al cuore dell'America, eppure non sbiadiscono nella nostra memoria le scene di orrore che, con il fiato sospeso, abbiamo seguito increduli alla tv. Non sbiadiscono i ricordi dello sgomento, la difficoltà di comprendere il senso di ciò che stava accadendo davanti ai nostri occhi e a quelli di milioni di persone. Capimmo però che quella tragedia avrebbe riguardato tutti noi. Il dolore delle famiglie americane, il ricordo dei soccorritori che eroicamente si sacrificarono nell'estremo tentativo di sottrarre alla morte quante più persone possibile, sono ancora freschi nella nostra memoria.

ŸÈ per questa ragione, per non lasciar sbiadire quei ricordi di dolore, che questa trave - contorta dal calore del rogo in cui morirono tremila persone - è stata collocata qui, nel cuore di Padova. Come un monito, come la pagina aperta di un grande libro che racconta il percorso faticoso verso la libertà, ci ricorda che nessuno di noi può sentirsi al riparo dall'odio reso cieco dal fanatismo. Poiché il terrorismo colpisce non solo gli uomini liberi, le città, ma anche la convivenza, la crescita civile, il benessere delle famiglie, il sogno di libertà a cui ogni persona aspira. Probabilmente non a caso i terroristi scelsero la città di New York: era - ed è - la città in cui si incrociano culture, religioni, tradizioni diverse che convivono insieme rispettandosi, 'contaminandosi' e migliorandosi. Ma ricordiamo che, dopo l'11 settembre, è toccato a Londra e poi a Madrid.  

Quel giorno, l'obiettivo del folle disegno terrorista fu quello di far precipitare l'intero mondo civilizzato nel caos. Chi ordinò ad un gruppo di folli assassini di portare alla morte migliaia di persone, voleva un mondo senza libertà, senza democrazia, in perenne conflitto.  

Quello squarcio di Ground zero è presente come una ferita nel nostro cuore, ma non lo ha indurito: oggi possiamo celebrare l'11 settembre con meno paura, rafforzati nei nostri convincimenti, consapevoli che è possibile costruire una società più giusta e aperta a tutti. Dobbiamo però continuare a impegnarci in questa direzione, lo dobbiamo alla memoria delle vittime innocenti di quegli attentati e ai tanti militari, anche italiani, che hanno sacrificato la loro vita per la libertà dei popoli oppressi dai regimi fondamentalisti.

Dodici anni dopo, segnati da conflitti e interventi tesi a portare la pace e la democrazia in Medio Oriente, possiamo dire che il terrorismo ha subìto dei colpi durissimi, ma purtroppo non è ancora il tempo di abbassare la guardia.  La testa del serpente sembra essere stata tagliata, ma servono attenzione e vigilanza affinché non si verifichino colpi di coda o si riformino altre teste.

Il timore del ritorno di quell'incubo lo vediamo nei Paesi attraversati dalle cosiddette “primavere arabe”, dove - dopo un iniziale ottimismo seguito all'abbattimento di regimi totalitari - stanno ora crescendo preoccupazione e angoscia per il radicarsi di movimenti basati su idee fondamentaliste. Si intravvedono pericoli concreti per quelle nascenti democrazie. E un loro fallimento non farebbe che accrescere il rischio di instabilità in tutta l’area del Mediterraneo, evento che non solo per ragioni ideali, ma anche per motivi contingenti, dobbiamo far di tutto per scongiurare.
Per poter combattere il terrorismo, una volta sconfitta l'ala militare, dobbiamo rafforzare il nostro impegno per aiutare la crescita delle aree dove esistono condizioni di sottosviluppo, significa cercare di combattere l'ingiustizia del mondo, le tante disuguaglianze sociali che esasperano i conflitti, terreno di coltura dei fondamentalismi. Lo hanno ricordato con il digiuno e la preghiera le migliaia di persone che a Roma e in tutto il mondo hanno indicato una via alternativa alle armi, sotto la forte guida morale di papa Francesco. Oltre alle missioni di pace, oltre al ricorso - a volte inevitabile - all'uso della forza per tutelare le popolazioni inermi, occorre promuovere un'alternativa che è quella della cooperazione internazionale, che a Padova ha molti e fecondi esempi, uno su tutti quello del Cuamm. Aiutare le persone che vivono da troppi anni nell’indigenza e nella guerra a trovare una propria via verso il progresso, verso il benessere e la democrazia, porterà maggiore progresso, benessere e democrazia anche da noi. Evitare che intere popolazioni finiscano tra le braccia di chi dichiara di combattere nel loro nome, ma è solo capace di portare morte e oppressione fuori e dentro quei paesi, renderà più sicure anche le nostre città.

La crisi che ha colpito le economie dell’occidente, ed in particolare quella del nostro Paese, porta con sé il rischio di farci rinchiudere in noi stessi e di renderci indifferenti rispetto ai problemi dei Paesi meno sviluppati. Ma non possiamo permetterci di guardare solo all'interno delle nostre frontiere: sarebbe un errore imperdonabile perché di fronte a noi, sull'altra sponda del Mediterraneo, premono popolazioni in fuga dalla fame, dalla violenza, e dai totalitarismi. Ignorarli significherebbe, oltre che condannare migliaia di persone all’indigenza, favorire indirettamente un humus di rabbia su cui si innesta e può svilupparsi la malapianta del terrorismo.  

Abbiamo dunque il dovere di lavorare per ridurre progressivamente le disuguaglianze all'interno della nostra società e tra le diverse aree del mondo. Solo così i biblici esodi a cui assistiamo quotidianamente potranno interrompersi.

Solo un mondo più giusto è anche più sicuro: il mondo appartiene infatti a chi vuole costruire futuro, non a chi vuole distruggere – lo ha ricordato più volte anche il presidente degli Stati Uniti d'America, Barak Obama.

In questo difficile processo l'Europa deve sempre più assumere responsabilità solidali fra i diversi Paesi, responsabilità dirette nel sostegno alle fragili democrazie nel nord Africa e nel vicino oriente.

Gli Stati Uniti non abbandonarono l'Europa che era entrata nel tunnel senza uscita dei totalitarismi figli del '900. Non dobbiamo farlo noi ora, pensando a ciò che sta succedendo a Damasco e al Cairo.

È per questo profondo senso di riconoscenza nei riguardi degli Stati Uniti che abbiamo dunque il dovere di ricordare le vittime dell'11 settembre e di essere al fianco del popolo americano nella lotta contro il terrorismo.

Ogni anno saremo qui a ribadire il nostro “mai più”  e per riaffermare che l'Italia è amica degli Stati Uniti d’America e di tutti i popoli che camminano verso la libertà. A Padova continueremo a fare la nostra parte per tenere accesa la speranza di un mondo in pace. Lo dobbiamo, anche in nome di quelle persone che, consapevoli che stavano rischiando di morire all’interno delle Torri, telefonando alle mogli o ai mariti, ai figli o ai genitori, mandavano a tutti messaggi d’amore e non di odio o vendetta. Uno sprone per una convivenza più tollerante, aperta e giusta tra i popoli del nostro piccolo pianeta.

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