"Abu Simbel. Il viaggio del Faraone", mostra a Palazzo Zuckermann

Un incontro e una mostra celebrano alcuni protagonisti della conoscenza e della salvaguardia dell’Antico Egitto patrimonio universale dell’umanità.

Abu Simbel, Nubia: un grande tempio intagliato nella roccia voluto dal faraone Ramses II sul finire del secondo millennio a.C. Una struttura gigantesca, con la facciata alta 33 metri e larga 38, sulla quale spiccano le quattro statue del faraone, alte ognuna 20 metri. Accanto un altro tempio, più piccolo, dedicato a Nefertari, la moglie di Ramses. Di tutto ciò era andata perduta la memoria: tutto era stato inghiottito da tonnellate di sabbia del deserto a cui, quasi per un paradosso della storia, avrebbero potuto aggiungersi tonnellate di acqua. Il nome di Abu Simbel è indissolubilmente legato al nome di Giovanni Battista Belzoni: nell’agosto del 1817, dopo giorni di fatica inenarrabile, l’esploratore padovano riuscì a disseppellirlo e a entrare, restando stupefatto dalla bellezza dell’interno. Un’impresa impossibile, come altre di cui si rese protagonista l’esploratore padovano.

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Negli anni Sessanta Abu Simbel ha corso il rischio di essere nuovamente inghiottito, ma questa volta dall’acqua. La costruzione della diga di Assuan mise infatti a repentaglio la sopravvivenza di molte realtà archeologiche della Nubia. L’Unesco lanciò un appello al mondo per il salvataggio dei monumenti e risposero ben 122 nazioni che si misero a disposizione con l’invio di tecnici, di archeologi o con aiuti in denaro. Fu così che venne decisa una nuova operazione al limite dell’impossibile: lo smontaggio del complesso templare e la sua ricostruzione in un punto più alto, al riparo dalle acque del lago Nasser creato dalla diga. All’epoca si scatenò un vivace dibattito sulle modalità con cui questa operazione dovesse essere fatta e l’intero progetto venne seguito, per conto dell’Unesco, dal prof. Piero Gazzola, allora alla guida della Soprintendenza del Veneto occidentale. I lavori vennero aggiudicati a un consorzio internazionale di imprese che vedeva il coinvolgimento della ditta Impregilo, oggi Salini-Impregilo, i cui dirigenti si avvalsero della collaborazione di Luigi Rossato, ingegnere padovano, che studiò un sistema di taglio della fragile pietra arenaria in grado di minimizzare le linee di frattura dei blocchi. Con lui fu all’opera una poderosa squadra di cavatori molti dei quali della vicentina Valle del Chiampo. Il tempio di Abu Simbel fu così portato a nuova vita e ancora una volta grazie all’intervento di un padovano e di una realtà per gran parte veneta. Il complesso di Abu Simbel è stato riconosciuto Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 1979.

A cinquant’anni dall’eccezionale impresa ingegneristico-archeologica di salvataggio dello straordinario sito archeologico egizio, una mostra ne ricorda i protagonisti e documenta le diverse spettacolari fasi dei lavori e le tecnologie messe in atto. Con straordinarie foto e video dell’epoca sono ripercorse le tappe dell’intera operazione, condotta con ingegno, professionalità e passione, che ha unito il mondo nella salvaguardia di un bene culturale comune. La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova e dal Gabinetto di Lettura in collaborazione con Salini Impregilo, e curata da Paola Cattaneo, sarà inaugurata sabato 23 novembre alle ore 18 a Palazzo Zuckermann, dove rimarrà aperta fino al 12 gennaio 2020, ad ingresso libero.

Info

Mostra a ingresso libero
orario: 10-19
chiuso i lunedì non festivi, 25 e 26 dicembre, 1 gennaio.

Info web

https://www.facebook.com/events/2560803660678176/

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