Cultura

Pronto per il debutto a Padova, Bruno Taddia, baritono di fama internazionale, si racconta

Il concerto che si terrà alle 21 nel Palazzo della Regione è ingresso gratuito fino ad esaurimento posti

Bruno Taddia, baritono di fama internazionale sarà tra i protagonisti del concerto per la Festa della Repubblica il prossimo 2 giugno, diretto da Marco Angius sul podio dell’Orchestra di Padova e del Veneto; il concerto che si terrà alle 21nel Palazzo della Regione è ingresso gratuito fino ad esaurimento posti.

Taddia, che è stato recentemente applaudito come Don Giovanni nell’eponima opera di Mozart all’Opera Colorado, nell’epic opera Bastarda a Bruxelles e nel Tamerlano di Vivaldi a Vienna, Barcellona e presto al prestigioso festival di Beaune, aprirà inoltre le celebrazioni Spontiniane al Teatro Pergolesi Spontini nella nuova produzione de La Vestale poi in tournèe a Piacenza, Pisa e Ravenna e sarà di nuovo Gianni Schicchi nell’eponima opera di Puccini alla Fondazione Haydn di Trento. Lo abbiamo raggiunto per una chiacchierata.

Bruno Taddia, nell'ultimo anno lei è stato frequente protagonista delle istituzioni musicali più importanti della nostra regione: ha interpretato Ecuba di Malipiero per le settimane musicali di Vicenza, Pigmalione e Turco in Italia al Teatro Sociale di Rovigo, Der Kaiser von Atlantis al Filarmonico di Verona, ed ora questo importante appuntamento a Padova. È il suo debutto nella nostra città? E con l'orchestra di Padova e del Veneto e il M° Marco Angius?

«Sì, posso dire che si tratti del mio debutto ufficiale qui a Padova (sorride ndr). In realtà ho debuttato ufficiosamente un paio di anni fa in occasione di una sostituzione di un collega malato ad una prova generale aperta al pubblico di Vedova allegra in cui ho interpretato Danilo Danilowitsch. Questo concerto sarà inequivocabilmente il mio debutto ufficiale qui a Padova e con l’Orchestra di Padova e del Veneto. Per questo motivo devo ringraziare il M° Marco Angius che ha avuto la gentilezza e la amabilità di invitarmi. Con lui ho avuto l’occasione e il piacere di lavorare su diverse partiture, ed è sempre per me una gioia ritornare ad esibirmi in testi così complessi sotto la sua guida».

Nel concerto del 2 giugno affronterà un repertorio che spazia dal romanticismo di Verdi all'esistenzialismo di Dallapiccola. Come si prepara ad affrontare un repertorio di questo tipo? Qual è il rapporto tra questi autori, trova dei punti in comune? 

«Io ho avuto la grande fortuna di avere come insegnante di composizione il M° Bruno Zanolini che si è laureato in letteratura proprio con una tesi su Dallapiccola; ha conosciuto Dallapiccola e ha in qualche modo anche collaborato con lui. Quindi Il Prigioniero (in programma nel concerto ndr) è stata una partitura che io avevo già incontrato e studiato. Successivamente infatti alle lezioni in cui il M° Zanolini ci aveva spiegato e analizzato Sicut Umbra e il Quaderno musicale di Annalibera di Dallapiccola io avevo approfondito la scena seconda de Il Prigioniero per mettere a frutto quello che avevamo imparato dalle analisi del nostro insegnante. Per me cantare oggi Dallapiccola e Il Prigioniero è veramente un agognato approdo.

Per quanto riguarda poi quale sia il rapporto tra questi due autori direi che ce lo svela già Dallapiccola nella sua famosa analisi che tracciò sul Ballo in maschera di Verdi. È un legame che Dallapiccola ha con Verdi che voglio definire pudico; in questa famosa analisi, nella fattispecie del terzetto del Ballo in maschera, Dallapiccola si sofferma nel comprendere come sia necessario relativizzare l'analisi rispetto alla grandezza artistica di un pezzo e anche si sofferma sul timore di andare a cercare ciò che si vuole cercare al di là del fatto che si deve trovare ciò che è nel pezzo. È una celebre analisi che ci svela sicuramente l'amore che Dallapiccola aveva nei confronti di Verdi ma soprattutto l'amore che nutriva per il dramma in musica, per l’opera; passione straordinariamente evidente in questa grandiosa opera di dimensioni ridotte che è Il Prigioniero».

Qual è il personaggio, o quali sono i personaggi operistici che sente più vicino o a quale lei è più affezionato?

«È sempre molto difficile scegliere tra i personaggi che si interpretano perchè tutti hanno avuto le cure e le attenzioni paragonabili a quelle che ricevono i figli dai propri genitori. Devo tuttavia dire che, tra i personaggi che ho debuttato, ce ne sono soprattutto due che in qualche modo toccano particolarmente il mio cuore: uno è Don Giovanni di Mozart, sul quale mi sono laureato in Filosofia e che successivamente ho avuto il piacere di debuttare e l’altro è il Falstaff di Verdi che per certi aspetti possiamo vedere come un superamento del personaggio di Don Giovanni; Falstaff arriva a superare le contraddizioni di Don Giovanni in una dimensione oramai quasi novecentesca».

Dalla sua biografia leggiamo che è anche laureato in filosofia estetica. Dramma in musica e filosofia, certamente due discipline che richiedono tempo, interiorizzazione. Nella società odierna dove tutto scorre veloce, qual è, secondo lei, il messaggio che filosofia e opera, possono ancora dare alla nostra società?

«È una domanda che coglie un punto focale di questi tempi. Viviamo un periodo storico in cui si è ucciso il tempo perché viviamo nel tempo e nell'età della tecnica- ci dicono i filosofi- dunque viviamo in un processo in cui tutte le esperienze umane sono declinate rispetto a funzionalità, produttività e quindi velocizzazioni di questi due parametri.

Noi invece, noi teatranti intendo, ma anche tutti gli operatori di arti come la pittura, la scrittura, la scultura, siamo l'ultimo rimasuglio di una cultura umanistica che ha bisogno di tempo, ha bisogno di metabolizzazione di alcuni processi, ha bisogno di creazione di pensiero e tutto questo necessita tempo. In questo mondo così veloce dobbiamo essere coscienti di essere gli ultimi dei Mohicani e, in questo senso, dobbiamo esserne degni e dobbiamo in certi aspetti essere un po' inattuali ovvero ritornare ad essere un po' antichi; cercare e trovare- nel turbinio delle nostre vite- lo spazio per lo studio e per la creatività che ha bisogno di una ripresa del tempo che deborda dalle necessità di una vita vorticosa come quella che noi oramai siamo abituati a condurre. Quindi, se devo pensare ad un messaggio o ad una eredità che queste arti possano apportare alla nostra epoca è proprio quella di farci allenare ad allargare il nostro tempo, a darci spazio per pensare, per creare».

Foto articolo da comunicato stampa - Bruno Taddia ©Matilde Fassò

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