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A lezione di rap da Frankie Hi-Nrg Mc: «Conoscere la storia dell'hip hop per poterlo superare e creare ancora qualcosa di nuovo»

Frankie Hi-Nrg Mc, nel suo spettacolo che è in procinto di sbarcare a Padova al Castello Festival, martedì 9 luglio, racconta la storia di un genere nato quasi per caso e che oggi conta milioni di fan, di crew e di artisti

Quando Francesco Di Gesù, al secolo Frankie Hi-Nrg Mc, era un ragazzino, lui che è classe 1969, il rap, l’hip hop cominciava ad affacciarsi al mondo della musica e a ritagliarsi uno spazio che era difficile prevedere di che portata sarebbe stato. Oggi, qualsiasi ragazzino, usa questo che di fatto è un linguaggio, ai tempi ritenuto quasi blasfemo. Questi eretici della musica hanno di fatto cambiato non solo le vicende artistico culturali ma creato un modo di esprimersi che oggi è quello che va per la maggiore.

Frankie Hi-Nrg Mc

Frankie Hi-Nrg Mc, nel suo spettacolo che è in procinto di sbarcare a Padova al Castello. Festival, martedì 9 luglio, racconta proprio la storia di un genere nato quasi per caso e che oggi conta milioni di fan, di crew e di artisti che si dedicano a questo che per semplificare chiameremo genere, anche se è di fatto una forzatura perché la ricchezza di questo tipo di sound sta proprio nella manipolazione, nella miscela che riesce a tenerne dentro tanti altri. «Si tratta delle declinazione a forma di spettacolo del mio libro, “Faccio la mia cosa”. Quindi ci sarà un alternarsi di porzioni autobiografiche e la storia del rap», spiega Frankie Hi-Nrg Mc. «Spiegando cosa succedeva a me quando mi accostavo ragazzino a quella che allora era davvero una grande novità piena di innovazioni, con un linguaggio che non poteva che affascinare, incuriosire. Per fare questo racconto sia quello che accadeva in Italia che nei quartieri di New York. Il racconto è un avvicinamento a una cultura che mi ha cambiato profondamente».

Un'era fa

Sembra un’era fa, ma in fondo sono passati meno di quarant’anni: « L’hip hop nasce nel 1973  e ha cambiato la cultura mondiale. Ho pensato fosse utile spiegare i passaggi, c’è sempre poca attenzione rispetto alle novità. Nello spettacolo, un po’ come un deejay entrano in scena i sampler, i campionamenti, per creare un racconto fatto di suoni, di parola, di musica e d’immagini». Lo sai che chi verrà si aspetta anche le tue canzoni, scherziamo con Frankie Hi Nrg Mc e lui sta al gioco. Per tutta la durata dell’intervista, ci dedica quasi un’ora in cui risponde a tantissime domande, si dimostra davvero disponibile: «Ci sono anche mie canzoni ma solo perché sono funzionali al racconto». Sarà banale ma un brano come “Quelli che benpensano” per la maggior parte delle persone è un brano pop, visto quanto è popolare: «È una canzone hip hop ed è stata emanata da uno dei padri della scena, Ice One. Il mio è rap, il brano è hip hop. Poi è vero, è un brano di grande popolarità, un po’ come “Walk this Way” dei Run Dmc, ma come si fa a dire che non sia hip hop quello? E’ il segno invece dello squarcio che ha creato nella musica l’irrompere di questo linguaggio. Forte e dirompente». Sembra di parlare di un secolo fa, non ti sembra? «Non c’era internet, non c’erano i social. A Città di Castello era un piccolo centro, la musica che ascoltavo arrivava dagli stimoli famigliari. Io entro in contatto con l’hip hop negli anni ’80, quando vivo a Caserta. Mio padre ha cambiato vari posti d’Italia, ho vissuto a Città di Castello, Caserta, a Torino, a Milano, ma mio padre era siciliano. Parlo quindi di uno dei possibili percorsi che si fanno dalla provincia. Tutto era difficile, da trovare i dischi alle informazioni, ma si riusciva ugualmente».

Scratch

In questa fase dell’intervista non ci sono domande perché è davvero piacevole ascoltarlo raccontare: «Nel libro e anche nello spettacolo racconto tanti aspetti di questo percorso pionieristico. Pensiamo ad esempio allo scratch. Nasce per caso per mano di un ragazzino, sgridato dalla madre perché faceva troppo casino. Un ragazzino americano che però era circondato dalla musica, che bramava il giradischi del fratello maggiore. Ed è impossessandosene temporaneamente e di nascosto, è maneggiando i dischi e chissà per quale caso che si accorge che può farli suonare in un altro modo i dischi. E’ mettendoci sopra le mani che capisce che con mettendole sul disco può generare altri suoni». Importanti sono quindi gli stimoli che circondano quel ragazzino: «Confermo, certo che è così. I miei genitori sono stati fondamentali in questo, quindi credo non valga solo per me. I ragazzi, oggi, ce l’hanno naturale, sanno cos’è un loop, cos’è un sampler.  Sanno che un campionatore incide nel risultato di una composizione. Insomma, sanno già tutto, ma quello che manca sono le basi, la conoscenza delle radici di questa musica. Da dove arriva è importante, non perché bisogna saperlo ma perché è la strada è per conoscere il nuovo, per superare frontiere, sonore».

Posse

Voi, inteso come coloro che hanno dato il via a quella che veniva definita “la posse”, la nuova scena del rap italiano, di cui facevi appunto parte anche tu, eravate portatori di istanze sociali molto forti: «Succede in un momento storico molto preciso: siamo in piena tangentopoli, è il periodo della nascita dei centri sociali, c’è il movimento della Pantera, insomma c’è gran fermento. Quindi se nella domanda sottintendi che oggi i rapper più importanti non lo fanno, io direi una cosa diversa e faccio un esempio semplice, che credo sia comprensibile per tutti. Mahmood che canta “soldi, soldi” non porta avanti istanza sociali perché è lui stesso l’istanza sociale. Non ha bisogno di farsi portavoce di nulla perché lui porta la sua storia. E’ tutta qui la differenza. Io non posso certo dire di avere vissuto un’adolescenza di prefazioni, lui sì e lo canta. E questo vale per la maggior parte degli artisti che si ascoltano oggi».  Altre differenze, secondo te quali sono? Rispetto ai grandi nomi americani, che poi sono i modelli per tutti: «Oggi c’è meno machismo, ce n’è di meno di una volta. L’ostentazione di ormoni è rimasta, ma nell’estetica c’è meno machismo. Vestono con i giubbotti rosa, ci sono elementi infantili come il ciuccio. Indossano cose che mai noi avremmo indossato. C’è una dittatura degli oggetti al punto che anche le persone vengono viste in quel modo, ma tolta la madre che è sempre un super eroe, nelle canzoni non c’è mai una figura paterna. Il tema sociale è quindi rappresentato dalla figura stessa di chi compone».

Punto interrogativo

Nel libro, "Faccio la mia cosa", come nell’intervista, le figure dei genitori si capisce che sono importanti: «Il problema non sono mai i bambini ma i genitori. Io sono fortunato perché i miei mi hanno dato un sacco di stimoli e di questo gli sarò sempre grato. Mi hanno insegnato a essere curioso. Se hai delle domande cerca le risposte, se non hai domande chiediti perché. In un’ideale scontro tra il partito del punto interrogativo e quello del punto esclamativo - ride Frankie - i miei erano di Rifondazione Interrogativo».

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