Settant’anni di Don Camillo, proiezione di un raro filmato d’epoca a Padova

Settant’anni di Don Camillo, proiezione di un raro filmato d’epoca a Padova giovedì 25 ottobre alle ore 17.30.

Giovanni Lugaresi, firma storica della stampa padovana, commenterà una storica intervista Rai presso la Sala Carmeli del Liceo Duca D’Aosta.

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Tra le coppie di fatto è sicuramente la più inossidabile. Indossa i suoi settant’anni di convivenza con invidiabile freschezza e continua ad avere legioni di fans. É la coppia composta dagli indimenticabili personaggi di Guareschi: Peppone e Don Camillo, che conquistarono il mondo del dopoguerra e continuano ad incantare il nostro. L’autore, Giovanni Guareschi, sperimentò il lager e le patrie galere, ma ebbe l’onore di una convocazione papale: Giovanni XXIII, il papa buono, lo invitò a collaborare al Nuovo Catechismo della Chiesa cattolica. Correvano gli anni ‘60 del secolo scorso. Guareschi non se ne ritenne degno e rifiutò. Ci ha lasciati mezzo secolo fa e da allora è lo scrittore italiano più tradotto all’estero. In tutte le lingue, tranne il cinese» sottolinea Giovanni Lugaresi, firma storica della stampa padovana, che ricorderà la figura di Guareschi giovedì 25 ottobre, nella Sala Carmeli del Liceo Duca d’Aosta, alle h. 17.30. Nel corso dell’evento, organizzato dalla Società Dante Alighieri di Padova saranno proiettati alcuni preziosi filmati d’epoca.

Come spesso i grandi umoristi, sotto il velo dell’ironia Guareschi nascondeva un fondo tragico, che non amava lasciar trasparire. Un po’ Peppone, un po’ Don Camillo, conservava del primo il carattere irruente e sanguigno della Bassa, con il suo fondo rubizzo di sana onestà contadina; del secondo le maniere brusche, l’ironia sorniona e il cuore grande, da parroco di campagna che conosce le sue pecorelle ad una ad una. Di sé assicurava: «Conduco una vita molto semplice. Non mi piace viaggiare, non pratico nessuno sport, non credo nelle vitamine. In compenso credo in Dio». In anni in cui la religiosità di molti ancora era ligia a canoni e formalismi, a volte fin troppo ingombranti, i dialoghi tra Don Camillo e il Crocifisso inaugurarono una religiosità più intima, tanto intensa quanto umana.

All’invito di Papa Giovanni XXIII, che gli chiese di collaborare alla stesura del nuovo Catechismo, rispose declinando gentilmente: non si considerava uomo di troppa dottrina e non amava le parole forbite. Ma seppe leggere ed interpretare come nessun altro l’Italia del dopoguerra in cui le due Chiese, la Bianca e la Rossa, si fronteggiano, si scontrano, si detestano. Ma l’una non potrebbe fare a meno dell’altra e Don Camillo la dura e la vince proprio perché ha dalla sua la fede semplice e incrollabile del mondo che ancora usava, in segno di rispetto, togliersi il cappello. Proprio come fa Peppone. Quanto a lui, Guareschi, il cappello se lo toglieva in chiesa, al giornale mai. Al tempo in cui fu direttore del Candido, il giornale satirico che diresse, per un paio d’anni, con Giovanni Mosca, riuscì ad irritare un Presidente della Repubblica del calibro di Luigi Einaudi, nonché Alcide de Gasperi, che all’epoca era ministro. Querelato, non si difese: si fece un anno di galera e ne uscì a testa alta. Ma il cuore non resse: durò ancora qualche anno, poi cedette, cinquant’anni fa, nell’estate del 1968.

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