Palazzo Zabarella ospita Giovanni Fattori

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di PadovaOggi

E' del suo ventinovesimo anno che appartiene il primo autoritratto; spavaldo, in una composizione sintetica con pennellate luminose, Giovanni Fattori è portavoce italiano della rivoluzione della macchia, quand'anche capace di interpretare e vivificare le trasformazioni della visione moderna. 

Passando dalla forma dell'autoritratto a quella del paesaggio e della storia contemporanea, egli è testimonianza di un'epoca in mutamento; s'affianca a quei suoi contemporanei scrittori e filosofi nell'interpretare a un tempo la precarietà della vita umana e a un tempo, tutt'altro che banalizzando, quel mondo ignorante e selvaggio e pieno di cuore della vita contadina. 

Il percorso allestito all'interno di Palazzo Zabarella e curato da Francesca Dini, Giuliano Matteucci e Ferdinando Mazzocca, ripercorre la sua carriera: dalla rivoluzione della macchia al più cosciente apprendimento della dimensione epica in cui si riflettono i mutamenti sociali e storici. E' Appassionato frequentatore del Caffè Michelangelo, sede fiorentina dei macchiaioli, tuttavia non dimentica la propria autonomia e lo vediamo bene nelle opere successive. “Se mi sono nell' Esposizioni guadagnato qualche poca di reputazione è solo stato per la mia originalità che nessuno imito e nessuno rammento” (Giovanni Fattori): ed è così che accade ne Lo staffato (1880), simbolo della condizione umana, in cui un soldato viene trascinato, impigliato nella staffa, dal proprio cavallo. E' il risorgimento che lo lascia perplesso: la forza del dramma lo invita, come tutti gli intellettuali di tutte le epoche, ad annotare nelle sue tele la cifra della contemporaneità: la disperazione, nonché la morte. Guardando una sua opera come si guarderebbe un'opera letteraria e cercando pertanto di farne una parafrasi si potrebbe dire “lo staffato solo sulla strada fangosa trascinato verso la bufera e la morte di quel cavallo nero” (Ugo Ojetti, 1911). Il riscatto perduto, quello del Risorgimento, che è emblema della condizione umana, ripercorre le sue tele in vari modi, modulando immagini diverse ma con sfondi di significato affini. Accade così con i paesaggi agresti, con i contadini e con i bovi, in cui la riposante sintonia con la natura nasconde la dura fatica quotidiana in un sentimento di assoluta condivisione per la grama esistenza delle classi subalterne. 

Il suo stile cambia continuamente con macchie cupe o più accese, tuttavia il significante che esse portano è sempre lo stesso. E questo talora è affiancato da paesaggi aspri e selvaggi, conosciuti dall'autore durante la sua permanenza in Maremma, quasi una Provenza di Cézanne, e tal'altra è avvicinato a situazioni bellicose o a soldati morenti. 

Sicché infine diremo con le parole di Giulio Carlo Argan che “la luce non è la luce universale di Piero della Francesca: è la luce di una tarda, afosa mattina d'estate” in cui si rappresentano le più quotidiane e intime delle scene: la desolazione e la morte.

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