Presentazione di “Il posto delle acque morte” a la Feltrinelli

Presentazione del romanzo storico Il posto delle acque morte di Giuliano Menaldo, primo volume della trilogia “Vo’, il corpo e l’anima di un antico borgo veneziano” (collana «Vicoli», CLEUP 2016), mercoledì 1 febbraio 2017 a la Feltrinelli di Padova in via S. Francesco 7 alle ore 18.

Presentano Saveria Chemotti, direttrice della collana «Vicoli», e Carla Menaldo, scrittrice. Sarà presente l’autore.

DETTAGLI

Sarà presentato mercoledì 1 febbraio 2017 alle ore 18.00 a la Feltrinelli di Padova il romanzo storico Il posto delle acque morte di Giuliano Menaldo, primo volume della trilogia “Vo’, il corpo e l’anima di un antico borgo veneziano”.
Con l’autore intervengono Saveria Chemotti, direttrice della collana «Vicoli», e Carla Menaldo, scrittrice.

Di prossima pubblicazione i volumi che completano la trilogia: La Piavola de Franza e Il vento sulla palude.

La trilogia

«Ancor oggi Vo’ non è un paese ma solo un pugno di case buttate là in tempi molto lontani da maestranze signorili o tirate su a pietra e fango da mani rozze e via via screpolate dalle intemperie e dalla povertà. Prima di essere Vo’ e prima ancora non era nulla, solo un luogo di acque morte, un passaggio elevato sulla piana acquitrinosa che congiungeva i monti padovani a quelli vicentini e le rispettive città, un vadum degli antichi, prima, e dei nobili padovani e veneziani poi, frammezzo alle acque stagne, che permetteva loro di non insozzarsi i piedi.»

Così l’incipit de Il posto delle acque morte, primo volume di una trilogia con la quale l’autore ci porta a Vo’, antico borgo veneziano.
Nella trilogia si incontreranno numerosi personaggi storici che sono stati oggetto di una approfondita ricerca da parte dell’autore contribuendo a tessere un rigoroso quadro politico e sociale.

Nella seconda metà del ’500 ser Alvise Contarini dei Tromboli era magistrato alle acque della Serenissima e responsabile delle bonifiche delle paludi a ovest dei Colli Euganei (i monti padovani).

Oltre che bonificare il territorio costruendo il Retratto di Lozzo, rendendo navigabile la Nina e allargando il Bisatto, il nobiluomo veneziano ha anche costruito Vo’ (ora denominato Vo’ Vecchio) con il suo nuovo porto. Dapprima il suo palazzo (ora Villa Contarini-Giovanelli-Venier), poi l’oratorio-chiesa di San Lorenzo, quindi le barchesse e per ultima la piazza con le ‘piccole procuratie’ sulla falsariga di San Marco.

Attorno, nei secoli a venire, è cresciuto il paese (la villa di allora), un popolo di anime (braccianti agricoli, priaròli, barcàri, artesani) che si è sviluppato nel tempo fra povertà e miseria, epidemie di peste, colera e tifo, carestie, malaria e pellagra, mentre la nobiltà sembrava passargli accanto solo tesa ai propri interessi economici e di bella vita (nelle loro case di ‘delizia’ in Terraferma).

Fra storia e fantasia, leggenda e tragica realtà, vita stenta e sofferenza contrapposte alla disinvolta nobiltà, la più spropositata ricchezza e la peggior miseria si contrappongono, dando vita al dipanarsi comunque di storie personali che stanno alla base delle nostre radici e della nostra vita attuale. Nobiluomini di titolo e di fatto si alternano a briganti, lestofanti e fannulloni; nobildonne solo di titolo giocano a fare le cortigiane ma nello stesso tempo, altre dame di rango tengono salotti letterari e gestiscono immense proprietà terriere sull’aria della nuova libertà illuminista; intrallazzi e amori giocano liberamente tra nobiltà e plebe, senza distinzione se non di facciata, sullo sfondo di una Venezia decadente e comunque affascinante.

Finché non si abbatte sulla Serenissima e le sue secolari tradizioni, la tempesta della Rivoluzione Francese. Allora la nobiltà non solo Contarena, simbolo di un patriziato moralmente e fisicamente sterile che tenta di sopravvivere elemosinando cariche e favori dai nuovi padroni, Francesi e

Austriaci, non trova più futuro. Si dissolvono le casade e i non-più-nobili sono costretti a vendere il patrimonio accumulato dagli avi per sopravvivere.
Il tutto mentre i villani tentano di arrancare verso una società di mezzo fatta di artigiani e cittadini che, sola, sembra permettere loro una vita migliore. Il tentativo di affrancarsi dalla miseria della povera gente, sembra franare però miseramente ogniqualvolta si avvicina il traguardo. Fino all’arrivo della prima età industriale dell’Ottocento che coglie sì tutti impreparati, ma permette il formarsi di piccoli proprietari terrieri sul disfacimento dei latifondi nobiliari, l’accesso alle arti e alle professioni, nonché di potersi misurare liberamente anche in ambito imprenditoriale.

Quando verso il 1820, l’ultimo Contarini, ser Girolamo, vende Vigna Contarena di Este al ministro di Prussia conte Haugwitz, il quale vi si farà anche seppellire quasi a mettere perpetue radici sul suolo veneziano, allo stesso tempo crescono il banditismo, come arma di ribellione dei soliti miseri, e la carboneria veneta, che preluderanno ai moti generali del ’48 e all’Unità d’Italia, dopo i vani e molteplici tentativi di Radetzky di soffocarli nel sangue.

L’autore

Giuliano Menaldo, nasce nel 1948 a Vo’ Euganeo. Frequenta le scuole primarie a Vo’ Vecchio in Villa Venier-Contarini, seguendo poi la formazione classica. Si iscrive a Medicina e Chirurgia all’Università di Padova, dove si laurea. Specialista in Chirurgia generale e in Otorinolaringoiatria e Chirurgia cervico-facciale, segue la carriera ospedaliera fino a conseguire, ancora quarantenne, le funzioni di Primario di Otorinolaringoiatria e di Direttore di Dipartimento chirurgico. L’accompagna fin da ragazzo la passione per la scrittura.

Sempre per i tipi della CLEUP ha pubblicato nel 2013 il romanzo storico Malaterra.

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