The Great Laboratory of Humanity, convegno sui resti umani a Padova

E se i musei della scienza chiudessero perché i resti umani fossili, gli scheletri e i crani conservati fino a oggi fossero stati sepolti o peggio bruciati? E se le esibizioni etnografiche vedessero sparire tutte le loro collezioni di oggetti rituali e di manufatti artistici di resti umani? Non si tratta della trama di un film horror fantasy, ma di qualcosa che sta già accadendo ed è al centro di un acceso dibattito che da alcuni decenni sta interessando gli scienziati e le figure professionali coinvolte nella conservazione e tutela delle collezioni museali a fini scientifici, didattici ed espositivi.

Ci sono casi internazionali singolari e affascinanti: dalla testa di Ataï (immagini in allegato), il capo della tribù dei Kanaka che guidò la rivolta contro il dominio francese in Nuova Caledonia, giunta nel laboratorio di Paul Broca a fine Ottocento e conservato nel Musée de l’Homme, alle teste dei maori – i famosi “ta moko” - della collezione Robley recentemente tornati in Nuova Zelanda.

Claudio Tuniz (ICTP Unesco di Trieste), scienziato che si occupa delle complesse datazioni paleontologiche, sostiene che, a causa delle richieste di “rimpatrio”, in Australia come negli Stati Uniti, sono seriamente in pericolo le ricerche sull’evoluzione anatomica e comportamentale dell’uomo basate sui resti fossili.

Nel corso dell’Ottocento l'ascesa del paradigma della “razza” orientò l'interesse degli scienziati verso la misurazione e il confronto degli scheletri umani al fine di indagare l'origine dell'umanità e classificare la diversità biologica delle persone in tutto il mondo. Durante la colonizzazione, nei vari paesi extraeuropei, si raccolsero resti umani, presi da tombe e campi di battaglia o acquistati attraverso transazioni commerciali, che entrarono a far parte dei musei della scienza e delle istituzioni accademiche come prove scientifiche di valore universale dello sviluppo umano. Allo stesso tempo, i resti dei “patri della patria” venivano trasformati in “corpi monumento”, versione laica del culto cattolico delle reliquie.

Questo processo di patrimonializzazione dei resti umani ha cominciato a essere messo in discussione in epoca post-coloniale, quando i popoli indigeni hanno avviato delle campagne per la restituzione delle spoglie ancestrali. I resti umani sono diventati oggetto di una lotta simbolica e  politica, presentati come prova della falsa neutralità della scienza e del dominio coloniale.

Recentemente in Italia, il Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso dell’Università di Torino è stato protagonista della cronaca giudiziaria per delle fantomatiche accuse di razzismo e per la richiesta di rimpatrio del cranio del “brigante Villella” da parte del sindaco di Motta Santa Lucia in Calabria. Proprio quel cranio diede a Lombroso l’ispirazione per elaborare la teoria dell’atavismo dell’uomo criminale teoria chiaramente superata dalla conoscenza scientifica, ma testimonianza dello sviluppo della scienza stessa.

Il convegno The Great Laboratory of Humanity, primo nel suo genere in Italia, che si terrà nei giorni 30 maggio -1 giugno 2016 (https://centrostoriaculturale.org/iniziative/remains), si propone di affrontare il tema dei processi di acquisizione, circolazione e trattamento dei resti umani sia nelle pratiche del collezionismo coloniale, sia negli usi simbolici connessi ai processi di costruzione dell’identità nazionale, fino all’attuale movimento di repatriation sostenuto dalle comunità native. Studiosi di diverse discipline provenienti da tutto il mondo saranno impegnati a definire gli aspetti storici, politici, etici e giuridici delle pratiche di trasformazione patrimoniale dei resti umani. 

Il convegno si aprirà con la conferenza dell’antropologo di fama mondiale Jean-Loup Amselle (EHESS, Paris) sui musei le temporalità e gli spazi. Parteciperanno i rappresentanti delle istituzioni scientifiche e museali internazionali, come l’International Council of Museum, il British Museum, Musée du quai Branly, l’Associazione Italiana dei Musei Scientifici, i Musei dell’Uomo dell’Università di Torino, il Museo di Antropologia “Giuseppe Sergi” di Roma, oltre ai rappresentanti del prestigioso patrimonio dei musei scientifici dell’Università di Padova.

Le giornate di studio sono promosse dal Centro Interuniversitario di Storia Culturale (sezione di Padova) in collaborazione con i dipartimenti di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità, di Biologia e di Medicina dell’Università di Padova e dall’Associazione Ricerche Cardiopatie Aritmiche (ARCA).

IMMAGINI allegate

Le immagini allegate si riferiscono a uno dei casi di studio che saranno affrontati durante il convegno: la testa di Atai. Il capo Kanak Atai guidò l’insurrezione del 1878 contro l’occupazione coloniale francese della Nuova Caledonia. Il 1 settembre fu ucciso nella sanguinosa battaglia che segnò il definitivo asservimento della colonia. La testa e la mano di Atai vennero tagliate sul campo di battaglia e inviate in Francia alla Societé d’Anthropologie di Parigi. Paul Broca, famoso per la scoperta della localizzazione cerebrale del linguaggio, l’area di Broca, pubblicò nel Bollettino della Societé i risultati dell’esame della testa di Atai. Dimenticata in un deposito al Musée de l’Homme, venne restituita nel 2014 al collettivo di gruppi Kanak che la richiedevano da anni. 

                                                                                                      

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