Antonino Cappelleri, nuovo capo della procura di Padova: «Il Ministero ci vorrebbe manager ma non ci dà le risorse»

Processi lenti, carenza di personale e deficit della macchina della giustizia: intervista al nuovo capo della procura, Antonino Cappelleri, nel giorno del suo insediamento ufficiale al palazzo di giustizia

Antonino Cappelleri

Antonino Cappelleri, 67 anni, originario di Reggio Calabria, è il nuovo procuratore della Repubblica di Padova. Oggi c’è stato il suo insediamento ufficiale al palazzo di giustizia di via Tommaseo, dopo aver ricoperto il ruolo di vertice della procura della Repubblica di Vicenza, dove ha coordinato il lavoro dei colleghi sostituti procuratori che hanno dato l’avvio a inchieste e processi storici come quelli alla Banca Popolare di Vicenza e Pfas (proprio oggi si è tenuta a Vicenza l’udienza preliminare per la costituzione di oltre 200 parti civili tra enti e persone singole, tra queste una novantina di mamme no Pfas ndr). Per Cappelleri il nuovo incarico a Padova è una sorta di “ritorno a casa”: negli anni ’80 era già stato procuratore a Padova dove aveva indagato su sequestri della Mala del Brenta e, successivamente, anche su tangentopoli. Così siamo andati a trovarlo in questo primo giorno, nel suo nuovo ufficio. Sono le undici del mattino che ci annunciamo al suo ufficio, non ci fa aspettare molto, dopo di che ci riceve.

Manager

Date le ultime importanti indagini vicentine verrebbe da pensare alla sua come a una carriera “specializzata” in indagini di grande impatto sociale, come le banche e il disastro ambientale provocato da Pfas, ma questa è una definizione che a Cappelleri non piace.
«Smentirei immediatamente, me lo sento dire ma mi sento di dissentire. Non ho un’attenzione particolare per qualcosa che definisco io soggettivamente. La risposta deve essere obiettiva da quello che emerge dalla realtà territoriale, interpretando le istanze più importanti della realtà in cui si è insediati». Ma è proprio parlando dell’indagine sul crack delle banche venete a Vicenza che si comincia ad affrontare il tema delle difficoltà del lavoro che lo aspetta, difficoltà che sono legate soprattutto alla cronica carenza di organico. «Il ministero ci vuole manager, però poi non ci dà le risorse -  dice ridendo facendo un chiaro riferimento all’insufficiente organico - E’ sempre una questione di risorse, ma è anche una questione di organizzazione del processo. L’affastellarsi di tutta una serie modifiche e di nuove procedure hanno reso il processo legnoso, quindi è chiaro che in sé ha i tutti i germi dell’inadeguatezza. Non possiamo fare miracoli. Bisogna gestire al meglio possibile una situazione che tendenzialmente è di totale inefficienza. Questo va detto chiaro». 

Visione magica

Ovviamente il cittadino comune non può non interpretare i lunghi tempi della giustizia come un grave deficit dello Stato…:«Spesso la gente ha una visione magica della giustizia ma chi ci lavora dentro si rende benissimo conto che occorre fare delle scelte preferenziali rispetto a quelli che sono i fenomeni più gravi, perché non si riesce a far fronte a tutto». A dare una risposta sul tema del numero dei reati, e sull’affannoso tentativo del sistema giudiziario di porvi un limite con le sentenze, non sono solo i magistrati, ma anche studi universitari che danno perfettamente la cifra una situazione paradossale, come spiega Cappelleri: «Una ricerca sociologica recente sui fenomeni socio giudiziari di tutte le democrazie occidentali, Usa compresi – spiega il procuratore capo - dice che i reati effettivamente puniti rispetto ai reati prodotti da una società industriale avanzata sono solo il due per cento. Non è un difetto italiano, è la complessità della società occidentale che produce le scorie, ossia i fatti illeciti, rilevanti, in una mole tale che nessun apparato giudiziario può smaltirle». Una risposta invece si può dare: «Si tratta invece di trovare la massima efficienza nell’orientare le risorse possibili nei casi più gravi. Quindi quel due per cento, che è una percentuale matematica, poi sta alla capacità di saper orientare le risorse verso i reati più gravi». 

Procura patavina

Allo stato attuale la procura patavina ha 13 sostituti procuratori, uno è in arrivo. In tutto, inclusi il procuratore capo e la procuratrice aggiunta Valeria Sanzari, il “corpo requirente” della magistratura padovana è composto da 16 persone. Sono sufficienti per una città come Padova?  «Con la nostra legislazione attuale non ne basterebbero centocinquanta. Ma non si può semplificare e dire un numero. E’ il processo che va riformato. La questione è capire se l’organizzazione che richiede certe risorse sia effettivamente migliorabile. Va detto che il ministro Bonafede propone delle riforme che sono estremamente penetranti rispetto al processo penale (-per esempio la nuova prescrizione, osteggiata dai penalisti ndr-). Lei pensi solo a tutto il tempo e tutto il lavoro che porta via tutta la mole delle notifiche, che facciamo per posta adesso che siamo nell’era digitale. Questo ha impatti sui tempi del processo notevole. Se con una norma di riforma si dicesse che è sufficiente la trasmissione con posta certificata o altri metodi più moderni i tempi si ridurrebbero di molto».

Difficoltà

A parte mettere mano al sistema delle notifiche, a proposito del processo, che tipo di interventi proporrebbe?  «Ce ne sarebbero tanti. E’ sempre rischioso dire che oggi ci sono troppe garanzie, però non è fuori dalla realtà. Si tratta invece di dare le stesse garanzie senza le complicazioni di tipo burocratico che ci sono adesso – e poi spiega  faccio un esempio: il 415 bis, ovvero la notifica della conclusione delle indagini, e gli atti vengono depositati e sono a disposizione della difesa, è un atto di altissima garanzia per l’imputato ma raramente gli avvocati anticipano al pm memorie che anticipino la strategia di difesa, nessun saggio difensore si espone o si scopre fino al momento finale dibattimento. Quindi è una garanzia che viene messa in maniera eccentrica - dice proprio così - rispetto allo stesso interesse della difesa. Porta via mesi e mesi di tempo e personale. Vale la pena? Questo è un esempio. Se poi lo divulga immagino che ci sarà una levata di scudi ma è un esempio per far capire quali sono le difficoltà».

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