Controllo di vicinato, il Prof. Giuseppe Mosconi: «Il senso di appartenenza non può fondarsi sulle paure»

Mosconi fa parte di Coalizione Civica e sulle forme di controllo legate al contrasto alla criminalità ha dedicato una vita di studi. Il suo parere: «L’ idea stessa della minaccia che costituisce il senso di appartenenza. Non può fondarsi su questo una società, una comunità»

Sul "controllo di vicinato", soprattutto dopo le parole del vice sindaco, Arturo Lorenzoni, si aperta una discussione che sta coinvolgendo molti esponenti politici. Abbiamo così chiesto a un docente universitario che di forme di controllo legate al contrasto alla criminalità ha dedicato una vita di studi, il professor Giuseppe Mosconi. All'interno di Coalizione Civica da il suo contributo proprio su questo tipo di argomenti. Abbiamo così deciso di contattarlo e di fargli qualche domanda.

Controllo

«Controllarsi l’uno con l’altro, reciprocamente, è una delle modalità, uno degli elementi costitutivi del controllo sociale di tipo orizzontale. Assunto il fatto che una comunità condivide valori e modalità di comportamento, c’è una osservazione reciproca ispirata al fatto che ognuno deve essersi adeguato a dei valori e delle modalità condivise nel gruppo. L’esempio classico, più semplice ma che meglio spiega il concetto è il pettegolezzo, che non è altro che lo scambio comunicativo tra persone che ritengono di condividere gli stessi significati per ogni azione e che invece ha come oggetto una persona che al contrario, si è allontanata, non si è adeguata a un certo tipo di comportamenti, che non per forza devono sono negativi. Vengono visti in questo modo perché non compresi, e quindi da mettere all’indice. Questo è il tessuto di un controllo reciproco tra soggetti. ». Lo spiega così, con parole semplici e comprensibili, il professor Giuseppe Mosconi, dell’Università di Padova. Attivo all’interno di Coalizione Civica, il professore ha molto cuore il tema del controllo nella nostra società, argomento al quale dedicato anni di studi.

Minaccia

«Quando parliamo però di sicurezza, c’è un elemento in più: la minaccia - sottolinea Mosconi - di chi avverte lo stato di minacciato, quindi la conseguente ricerca di un senso condiviso rassicurante. L’ idea stessa della minaccia costituisce il senso di appartenenza. Ma è chiaro che non può essere su questo che si fonda una società, una comunità». Naturale chiedere come mai, visti i reati in calo, ci sia tanta paura tra le persone: «Oggi viviamo in una società disgregata e individualizzante, che crea solitudine. I rapporti stessi sono disgregati. Il fatto che si ritrovi come elemento di nuova aggregazione, il contrasto di soggetti, vissuti come “altri, quindi pericolosi”, non è certo un buon segno». In che senso, non lo è«Non è il fatto che ognuno controlla l’altro, ma che questo altro è un agnello sacrificale per la ricostruzione di un senso di condivisione. Il capro espiatorio».

Controllo di vicinato

Quali sono, secondo lei, i punti deboli di questa iniziativa, quella del controllo di vicinato? «Le critiche che muovo sono almeno due. Sollecitare un’attenzione verso soggetti che sicuramente vivono situazioni di disagio con il solo obiettivo di controllarli, sanzionarli e allontanarli. Il fatto di chiamare le forze dell’ordine di fronte a situazioni che sottintendono disagio e marginalità significa che l’unica soluzione è quella della sanzione». La seconda critica che fa? «L’altra obiezione è legata proprio quest’idea di aggregazione solo come forma di contrasto ad altre persone e invece trascurando tutto quell’insieme di forme di collaborazione e di scambio che consolidano i rapporti sociali che passa attraverso il dono, la reciprocità, la conoscenza reciproca e tutto quello che si può dire di aggregante sui rapporti sociali». E poi aggiunge: «La solidarietà sociale non può fondarsi sul contrasto di singole persone sgradite o vissute come pericolose perché vissute come diverse».

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Buonista "radical chic"

Lo sa che, a fronte di queste obiezioni, le critiche che le saranno mosse sono di essere un “buonista” e un “radical chic” che pontifica dall’alto della sua cattedra? «Respingo con forza entrambe le accuse. Il concetto di buonista è in contrasto con quello di “cattivista”, si assume implicitamente come l’ex ministro dell’interno ha esplicitato come uno cattivo. È una deformazione dei problemi che stiamo affrontando. La contrapposizione manichea è una semplificazione assoluta di chi non ha voglia di affrontare i problemi per quello che sono. Che vuol dire dare risposte adeguate, capire i problemi e fenomeni davvero complessi. C’è la necessità di voler trovare un rimedio. E se vogliamo disprezzare la conoscenza, lo studio e quant’altro, mi sembra si tratti di sprecare delle occasioni». Poi, sulla potenziale seconda obiezione, si esprime così: «Il termine radical chic è riferibile a persone che hanno sì una visione critica ma ne fanno un modo per sottolineare una distanza. Mi permetto di dire che nei tentativi di andare a fondo a complessi problemi, non si intende esibire nessuno stato sociale o ergersi sopra le persone ma al contrario c’è tutta la sofferenza di chi cerca le risposte più appropriate e spesso questo isola. Ma il fatto di trovare invece nella condivisione, le risposte, invece non solo migliora le situazioni ma fa crescere tutti» E poi conclude: «Non si danno risposte semplici a questioni complesse, perché non si possono dare, non sono mai vere soluzioni».

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