La Movida ai tempi del Covid 19

Dalla Questura alle associazioni di categoria fino alla politica, la ricetta per controllare che la "movida" ha due soli ingredienti: controllo e repressione. Ma c'è chi fa proposte diverse, come lo psicologo e psicoterapeuta Oscar Miotti

“Tanto tuonò che piovve” potrebbe essere la sintesi perfetta di quanto accaduto la sera di lunedì 18 in città. Perché con i bar finalmente riaperti, l’euforia data dal fine del lockdown, con il buio e il resto, ci si è messa pure la pioggia. E sta a vedere che l’elemento che ha messo a nudo i limiti che si sarebbero potuti palesare nel primo giorno da “liberi tutti”, citando il Presidente della Regione, Luca Zaia, è stato ancora un fenomeno naturale. La pioggia in questo caso, non un virus. Probabilmente senza quella improvvisa precipitazione i giovani, non centinaia per correttezza d’informazione, non si sarebbero ammassati tutti sotto i portici con le conseguenti scene che tutti hanno visto perché girate sui social e poi riprese da tutte le testate. Anche la nostra.

Video e social

Senza i video probabilmente non ci sarebbe stato nessun caso anche se il rischio più alto lo corre il ventitreenne che è stato arrestato, processato per direttissima e poi liberato. Questa faccenda, tutto fuorché limpida perché si è parlato di tante cose durante la giornata, con fonti dirette e molto credibili che poi hanno scelto di fare un passo indietro e così tutto sembra rientrato nella normalità. Ne sapremo di più a luglio quando ci sarà il processo. Forse.

Lunedì

Ma stando sempre a quanto accaduto lunedì sera, dopo due mesi in cui non si è potuto uscire, scoprire che i ragazzi avrebbero festa non fa certo troppo onore all’intelligenza di nessuno. E la corsa alle reprimende nei confronti di giovani, ragazzi e ragazze giovanissimi, è troppo comoda, e se è tollerabile nei commenti sui social, dalla politica è lecito aspettarsi di più. La corsa a condannare gli episodi di lunedì sera è cominciata subito e non è ancora finita. Una gara corsa, trasversalmente, da destra a sinistra. Si era in realtà già cominciato a prendendo la rincorsa con tutta la questione legata ai tradizionali spazi estivi chiusi, che tutti si dicevano voler chiusi. Si è addirittura esultato quando si è saputo che anche i Navigli sono saltati. Ardito, infatti non lo ha detto nessuno, andare in controtendenza e invece considerare che realtà come i giardini dell’Arena, il parco della musica o il Pride e appunto i Navigli sono più facilmente gestibili e rischiano di essere una soluzione invece che un problema? Perché vietare, limitare l’accesso al centro alle persone, non è proprio possibile. In uno spazio contingentato invece si può certamente controllare meglio l'afflusso di persone e le specifiche situazioni.

Giovani 

Dato per scontato che i ragazzi, non solo loro, va detto anche questo, saranno portati ad uscire sempre di più, meglio limitarli in spazi stretti come possono essere le vie e i vicoli del Ghetto o sotto i portici del ghetto o dove è più facile avere un controllo della situazione? Tanto di quello si tratta, perché le uniche soluzioni poste fino ad ora solo di quello parlano: più controllo e regole. Più polizia, più forze dell’ordine, vigilantes privati e steward. Quindi, dopo averli tenuti lontani dai banchi, da campi e giardini, è questa la ricetta per “tenere a bada” le nuove generazioni? Le battaglie, giuste per carità, per far ripartire l’economia e quindi dare la possibilità agli esercenti di ripartire e allo stesso tempo far sì che la pandemia rientri nel libro dei brutti ricordi, sono tutte condivisibili. Come sempre però manca qualcosa. Si insegue e non si programma. Si corregge ma non si tentano nuove vie, non si azzarda.

Rischi e consapevolezza

Lo psicologo e psicoterapeuta, Oscar Miotti, già presidente dell'ordine degli psicologi del Veneto, fa un riagionamento un po' più raffinato di quanto ha fatto la politica fino ad ora: «La possibilità di ammalarsi di Covid è ridotta e gli ospedali sono più liberi, di sicuro c’è una minore percezione del pericolo. Il problema è che in questa fase di incertezza i ragazzi non devono avere un atteggiamento poco prudente, quasi di sfida. Non c’è certezza che le cose siano davvero cambiate, o migliorate. Con il lockdown c’era una garanzia, ora con tutto aperto è diverso. Nella Fase 2, si vede se si è imparato a seguire delle regole, se si è capito cosa si è vissuto in questi mesi». E’ certo più facile prendersela con i ragazzi, più difficile richiamare al senso di responsabilità altre categorie. Non c'è stato lo stesso rigore e la stessa fermezza per far ripartire scuole e università, ad esempio: «Noi non li abbiamo educati. Perché chiudere tutto obbliga le presone a ubbidire. E’ oggi però che si dimostra di aver capito la lezione. E’ nei comportamenti che si vede se si ha compreso ciò che è accaduto e ciò che stiamo vivendo ora». L’unica risposta è la repressione, però: «Dovremmo creare delle campagne non di repressione ma per creare uno stile di vita che protegge, se dire io resto a casa è stato vincente, dovremmo promuovere il tenere un comportamento prudente come qualcosa di cool, alla moda. Non una cosa da sfigati. Ma questo vuol dire avere una adesione a questa idea, non la paura. Sei più figo se ti proteggo. Se vuoi essere un ragazzo al passo con i tuoi tempi indossi la mascherina, consumi lo spritz mantenendoti a un metro dagli altri. Quando facevamo le campagne contro la droga dire che lo slogan fa male creava solo voglia di trasgressione. Quindi si sono cambiati i messaggi, gli slogan. E noi dobbiamo sviluppare stili postivi di comportamento. La repressione innesca solo la voglia di trasgredire».

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