Una "formula" per l'accoglienza dei migranti: Padova capofila del progetto europeo Embracin

Finanziato con quasi due milioni di euro dal programma europeo Amif (Asylum, migration and integration fund), si tratta di un progetto che vede il Comune di Padova quale capofila di una rete di partner pubblici e privati di sei Stati diversi

La famiglia Calò, presa quale esempio per il progetto Embracin

«Se si vuole si può». Lo scandisce, Antonio Calò. E ne ha tutto il diritto. Perché è la dimostrazione che davvero «se si vuole si può». E insieme al Comune di Padova vuole farlo capire a tutti: ha ufficialmente preso il via il progetto "Embracin", che ha quale obiettivo l'accoglienza diffusa dei richiedenti asilo.

Calò Nalin-2

6 + 6 x 6

Finanziato con quasi due milioni di euro dal programma europeo Amif (Asylum, migration and integration fund), si tratta di un progetto  che vede il Comune di Padova quale capofila di una rete di partner pubblici e privati di sei Stati diversi - Cipro, Germania, Grecia, Slovenia, Spagna, Svezia - e che intende sperimentare "un modello organizzativo leggero e flessibile, sostenibile ed efficace utilizzabile a livello nazionale ed europeo anche nel caso di una crescita emergente di flussi di migranti". Grazie (come spiega con orgoglio l'assessora Marta Nalin) a una formula chiamata "6 + 6 x 6" e che prevede 6 migranti ogni 5.000 residenti fino a un massimo di sei volte, seguiti da un gruppo di professionisti - medico, psicologo, operatrice, mediatore culturale, avvocato, insegnante - che siano in grado di seguire un totale di sei gruppi di sei migranti ciascuno, per sviluppare una rete di autorità locali impegnate nlla creazione di un modello europeo di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati basato sull'esperienza avviata con successo in Veneto dal suddetto professor Calò.

Calò

La sua storia ve l'abbiamo già raccontata, ma vogliamo ricordarvela perché lo merita: Antonio Calò e la sua famiglia nel giugno del 2015 hanno accolto nella loro casa in provincia di Treviso sei migranti, tutti maschi. I giovani, provenienti da Gambia, Guinea Bissau, Ghana e Costa d’Avorio, ora vivono autonomamente in quanto hanno tutti trovato una collocazione lavorativa: uno gestisce un punto vendita di una cooperativa che produce prodotti bio, due lavorano in importanti ristoranti, uno in una ditta di produzione di manufatti per gelati e gli altri due in altrettante aziende occupandosi di saldature e asfaltature.

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Per Antonio Calò «sono dei figli», e trattiene a stento la commozione quando parla di loro.

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