Servizi sociali e lockdown: «Gli anziani chiamavano per i servizi, i giovani per i buoni spesa»

«Il centralino del comune - spiega l'ass. Nalin - ha raccolto più di diecimila chiamate durante i mesi dell'emergenza. Il novanta per cento di questi mai si era rivolto ai servizi sociali: adulti precari rimasti senza lavoro»

Una lunga chiacchierata con l’assessora al sociale Marta Nalin, che abbiamo incontrato nel suo ufficio per capire che quadro della città è emerso dopo il lockdown. Proprio i servizi sociali sono stati molto sollecitati durante i mesi di allarme Covid.  «Il centralino del comune - spiega l'assessora - ha raccolto più di diecimila chiamate durante i mesi dell'emergenza. Di queste persone il novanta per cento non aveva mai contattato i servizi sociali, solo il dieci per cento erano quini cittadini con cui già si era entrati in contatto in precedenza. L’età media di coloro che hanno richiesto i buoni spesa è compresa tra i ventinove e i quarantanove anni, persone giovani. Sono quindi i precari rimasti senza il lavoro». Contrariamente a quanto si pensava, non sono stati gli anziani a cercare un contatto con il comune: «Le persone più anziane sono quelle che immediatamente ci hanno contattato, ma non per richiedere supporto economico ma servizi: per avere a casa la spesa o le medicine, ad esempio. In questo senso il progetto Antenna 19 messo in piedi con l'associazione Tran de Vie ha funzionato molto bene. In generale c'è stata molta collaborazione tra realtà che si occupano di sociale e con il Centro Servizi Volontariato si è fatto un gran lavoro». 

Lockdown

Chiedere ai cittadini di stare a casa non è certo una cosa da poco: «La limitazione della libertà non può mai essere uno scherzo. Alle persone poi non sempre arrivavano chiare le motivazioni di certe decisioni, c’è stato grande senso di responsabilità da parte di tutti. Il lockdown ci ha poi spinti a guardarci attorno. Quando si chiede ai cittadini senza troppo spiegare, come appunto è accaduto fa capire che un piano non c’era, non era prevista una eventualità come questa e tutto è stato un work in progress. Come amministrazione abbiamo risposto e reagito al meglio ma non è stato facile». La città durante il lockdown era veramente vuota: «Questo vuol dire che c’è stata tanto senso di responsabilità e di solidarietà». Padova vuota ha fatto emergere le situazioni di maggiori difficoltà, aspetti che altrimenti si fa fatica a vedere: «E’ chiaro che in strada c’è rimasto chi una casa dove stare non l’aveva. Abbiamo cercato di fare il possibile in modo che anche loro potessero stare sicuri e creato nuovi posti di accoglienza. L’asilo notturno, già il nome lo sottintende, lo abbiamo messo a disposizione anche di giorno. Aperto ventiquattro ore su ventiquattro con le difficoltà conseguenti: dal distribuire pasti alle pulizie. Le cucine popolari hanno continuato a lavorare e se ha fatto clamore vedere le file di persone che aspettavano il cibo erano dovute solo al fatto che all’interno non ci potevano stare assieme tutte le persone. Quelle sono speculazioni che indirizzano un certo tipo di narrazione che sovrappone degrado e delinquenza alla miseria o al disagio sociale e non servono che a peggiorare e distanziare davvero le persone. E non risolvono i problemi, anzi».  Chiaro il riferimento alle politiche del Governo giallo verde: «L’amministrazione come risposta a questi problemi ha messo in campo tantissime azioni. Poi la narrazione facile che chi è per strada è pericoloso di per sé ignora che la realtà è sempre molto complessa. Chi ha cavalcato questa narrazione sono gli stessi che hanno contribuito a far sì ci fossero davvero persone sulla strada. Il decreto 113, il decreto Salvini ha di fatto determinato questo. Persone che erano coinvolte in progetti di inclusione si sono ritrovati improvvisamente le porte chiuse e quindi si trovano sulla strada». 

Scuola e famiglia

L'emergenza Covid19 ha messo in evidenza che le distanze sociali ci sono eccome, al netto dei casi più estremi: «Questa emergenza è entrata nella nostra società come un liquido di contrasto evidenziandone le contraddizioni e le lacune. Si è detto alla gente di stare a casa e poi a Padova si scopre che ci sono più di cento persone senza una casa. Nello stesso momento ci sono donne che una casa la hanno ma da questa devono scappare perché sono vittime di violenza. Ci sono famiglie numerose che sono state costrette in spazi ristretti perché magari hanno cinque figli. Si va  a mescolare tutto, dalle politiche abitative all’istruzione, basta pensare che non tutte la famiglie hanno un computer per ogni componente della famiglia. Se pensiamo alla scuola, non si tratta solo di evidenziare le diseguaglianze che ci sono ma anche il fatto che ragazzini e ragazzine si sono persi mesi di socialità. E’ facile disabituarsi alle cose, è un rischio soprattutto con i più piccoli. Si è passati dal negargli il telefono a doverglielo dare per fargli fare scuola. Noi per aiutare i ragazzi e i bambini più facili abbiamo attivato due percorsi. Uno con gli educatori, in ogni istituto comprensivo ci sarà la possibilità di supportare chi è più in difficoltà dal punto di vista didattico. Poi nei centri estivi, stiamo lavorando per capire come organizzare, grazie alla collaborazione con l’Università per dare un supporto anche psicologico. Non sarà così automatico a settembre mettersi la cartella sulle spalle e rientrare a scuola».

Antiproibizionismo

Polemiche sulla Movida a parte, soprattuto le notizie di cronaca nera mettono in risalto che il consumo di stupefacenti non ha subito cali in questi mesi di lockdown. Si enfatizzano sequestri e fermi di piccoli spacciatori ma ancora una volta si gira attorno al problema senza affrontarlo davvero, almeno è questa l’impressione: «Bisogna eccome distinguere le sostanze, decenni di proibizionismo non hanno portato a nulla di buono. Tutt’altro. Sarebbe ora si avesse il coraggio di affrontare il tema senza nascondersi dietro a divieti che non portano a nessun risultato». L’assessora è quindi antiproibizionista e per la legalizzazione delle droghe leggere? «Io faccio un ragionamento molto più ampio ma immagino che poi la sintesi traduca il tutto così. Un po’ limitativo, ma ci sta, sono le esigenze giornalistiche, giusto?». 

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