Vozza (Veneto che vogliamo): «Se prestazioni volontarie diventassero “sistema” nel welfare nazionale?

Vincenzo Vozza, Consigliere comunale a Selvazzano e “precario” nel settore dell’Università e Ricerca ha scritto un documento in cui fa una proposta per dare ancora più volore al percorso che Padova sta attraversando nella veste di "capitale europea del volontariato"

Vincenzo Vozza, Consigliere comunale a Selvazzano e “precario” nel settore dell’Università e Ricerca ha scritto un documento in cui fa una proposta per dare ancora più volore al percorso che Padova sta attraversando nella veste di "capitale europea del volontariato". 

La proposta

«Padova è Capitale del Volontariato per il 2020. È un grande onore non solo per la nostra città, ma per tutta la Provincia e il territorio circostante, ciascuno a modo suo interprete di un valore universale quale è la gratuità del tempo messo a disposizione per gli altri. Questa fortunata circostanza, tuttavia, impone una riflessione scomoda ma necessaria: cosa succederebbe se le forme organizzate di prestazioni volontarie diventassero “sistema” nel welfare nazionale? Gli ultimi decenni hanno visto la proliferazione delle forme di volontariato come mezzo delle istituzioni per rispondere alle questioni. Ma il volontariato ha anche un fine intrinseco: è una risposta più intima e profonda della “persona” alla necessità esistenziale dell’esserci per l’altro in cui si riconosce sé stessi. Misurare il volontariato, in termini quantitativi e qualitativi, significa quindi poter valutare la partecipazione democratica, la mentalità civica, il capitale sociale e i livelli di fiducia nella comunità da parte dei singoli individui.Va da sé che la mia riflessione non è rivolta al volontariato come espressione del proprio essere individuale, ma a quelle forme necessariamente organizzate dirimenti nei contesti di vulnerabilità sociale, documentate storicamente nel settore del no profit, come risposta ai repentini cambiamenti economici e politici che hanno messo a rischio la programmazione delle istituzioni (Stato, regioni, comuni) sul territorio».

Omogeneizzazione

«Ovviamente, esistono differenze strutturali tra i settori del no profit, profit e welfare governativo, ma la progressiva omogeneizzazione dei fini (erogare un servizio di pubblica utilità) è stata la leva sulla quale si è fatta pressione per produrre risultati. Il volontariato come valore civico si è progressivamente trasformato nella riserva aurea delle istituzioni, dalla quale attingere per garantire un elevato standard dello stato sociale con un parziale o minimo investimento in termini di bilancio. L’efficienza è diventata dunque la chiave di lettura del volontariato, a discapito del valore etico che vede nel volontariato il mezzo per la costruzione dell’identità personale e sociale. Questa enfasi sul raggiungimento dei risultati appare anche nei documenti sulle politiche del governo. Le decisioni del governo di ridurre la spesa e devolvere i servizi agli enti senza scopo di lucro hanno comportato richieste di maggiore efficienza, trasparenza e responsabilità e, significativamente, queste mosse sono state spesso espresse in termini di necessità di professionalizzare il settore».

Trasformazione

Questo cambio di paradigma nel mondo del volontariato ha comportato una necessaria trasformazione della sua struttura: innanzitutto, l'aumento del numero di lavoratori professionisti retribuiti nel settore ha comportato la dipendenza delle organizzazioni no profit dai finanziamenti esterni e contratti governativi, modificando una delle caratteristiche distintive del volontariato: la libertà di critica e l’autodeterminazione.Fatta questa premessa, si può comprendere l’urgenza dell’interrogativo con il quale si è aperta questa mia riflessione: se il volontariato diventa “sistema”, quale sarà la responsabilità delle istituzioni nei confronti del mondo delle professioni? Per semplificare: se lo Stato incentiva il volontariato professionalizzato perché, in valore assoluto, può mantenere un elevato standard di qualità nel conseguimento degli obiettivi senza incidere significativamente nel bilancio, è lo Stato stesso che determina un doppio livello di discriminazione nel mondo del lavoro. Il primo, che a parità di professionalità, laddove per ottenere un risultato per l’utente finale via sia una prestazione volontaria (con minima o alcuna spesa per lo Stato) o la possibilità di contrattualizzare una posizione lavorativa (con tutti i costi che incidono sul lavoro), si opterà per la prestazione volontaria. E la seconda – corollario della prima – che lo Stato stesso renderà l’emergenzialità sistema: questo diventerà il pretesto per non affrontare il problema della crescente disoccupazione (non solo giovanile) nei settori maggiormente professionalizzati, e di converso, dell’aumento degli interventi a carico delle no profit (o degli enti morali, rappresentati in Italia dalle comunità religiose) per tamponare – o peggio, in sostituzione – l’inadempienza delle istituzioni.

Numeri

«Padova, come capitale - prosegue Vincenzo Vozza -   del volontariato, può contare su 6.466 (al 2019) organizzazioni no profit che operano nell’area cultura-ambiente, sport e area sociosanitaria. Se i numeri sono in aumento (a tal punto che il CSV padovano corregge la proporzione da 0,6 a 0,7 associazioni ogni 100 abitanti), la domanda sorge spontanea: se è possibile fare volontariato significa che quei posti di lavoro esistono, la domanda c’è, ma forse non si è disposti a retribuirli o a corrispondere quanto una figura professionalizzata sarebbe tenuta a ricevere. E questo problema non si ravvisa soltanto in quei settori che sono tradizionalmente appannaggio dei privati, ma anche del pubblico: si pensi, ad esempio, alla prestazione di lavoro “volontaria” connessa all’assegno di reinserimento nel mondo del lavoro proposta ai neet o alle categorie sociali più vulnerabili. Allargando dunque il paradosso della prestazione volontaria di lavoro non solo ai disoccupati professionalizzati – che a fronte delle proprie competenze vedono sottostimata la propria capacità contrattuale – ma anche ai disoccupati non professionalizzati, la presenza di un “sistema-volontariato” così forte e avvallata dallo Stato apre un conflitto sociale, nella quale si scontrano i valori fondanti della società contemporanea con i diritti dei lavoratori».

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