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Il Centro di Medicina Iperbarica con un caso di intossicazione e covid assieme

E’ successo qualche mese fa, una doppia situazione che è stata gestita con tutti i protocolli del caso e con un’attenzione particolare dai responsabili del centro di via Cornaro

Covid e intossicazione da monossido di carbonio nella stessa persona, in urgenza, in Camera Iperbarica. E’ successo qualche mese fa nel Centro di Medicina Iperbarica di Padova, una doppia situazione che è stata gestita con tutti i protocolli del caso e con un’attenzione particolare dai responsabili del centro di via Cornaro, all’interno degli spazi dell’ex Macello, gestito dall’Atip - Associazione Tecnici Iperbarici del Club Sommozzatori Padova.

Come è stato trattato

Naturalmente il paziente covid intossicato è stato trattato singolarmente, alla fine delle normali terapie, nella Camera Iperbarica era presente un medico in assistenza che ha preso parte alla seduta ed era dotato di tutti i dispositivi di  protezione, dalla visiera, alla cuffia ai doppi guanti, alla tuta, alla maschera, materiali che poi sono stati tutti smaltiti. Subito dopo l’area è stata sanificata ed è rimasta inutilizzata per i tempi  necessari, secondo il protocollo. Un caso sicuramente particolare che ha acceso i riflettori sul centro che è una delle tante realtà che ha sofferto la pandemia in questo ultimo anno. La struttura sanitaria, che gira attorno alle due nuove camere iperbariche inaugurate nel 2016 ha infatti rallentato notevolmente la sua attività ambulatoriale, a causa delle restrizioni degli accessi deliberate dalla Regione ma è rimasta comunque attiva anche con il servizio di urgenza/emergenza attiva h 24 per le patologie urgenti, questo fino a settembre quando è ripartita l’attività, anche se molto lentamente.

Ex macello

Al centro, dove lavorano 9 dipendenti e una ventina di collaboratori esterni tra tecnici e medici , si accede infatti solo con prescrizione  del medico specialista su ricettario regionale e previ alcuni esami di idoneità o direttamente dall’ospedale di Padova con il quale la struttura iperbarica  è convenzionata. Con la riduzione delle visite specialistiche dunque l’attività del centro ha necessariamente subito un rallentamento , rimanendo attivi solo i trattamenti per i pazienti ospedalieri. E in merito ai ristori, l’Atip non ha potuto utilizzarli pienamente, in quanto la struttura è un Associazione senza scopo di lucro simile ad una onlus a tutti gli effetti, nata nel 1976, quando un sommozzatore padovano colpito da embolia non fu adeguatamente curato a causa dell’assenza di Centri iperbarici operanti sul territorio regionale Da allora l’Associazione ha avuto in Concessione onerosa dal Comune di Padova alcuni locali dell’Ex macello e si è impegnata anche nel restauro e ristrutturazione dei fabbricati in Concessione per la realizzazione del nuovo Centro di medicina Iperbarica, con annessi alcuni ambulatori  di varie specialità al primo piano della struttura.

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Servizio di emergenza

Nel periodo di rallentamento forzato comunque è stato garantito il servizio di emergenza e nella lenta ripartenza si è progettato il futuro, senza trascurare gli effetti della pandemia in corso. «Avendo l’ATIP  ancora a disposizione il dismesso Centro Iperbarico ubicato nella parte vecchia della struttura con annesse le camere iperbariche- spiega l’arch. Borella Presidente Atip – abbiamo ipotizzato di rimetterle in funzione per il trattamento dei pazienti covid con ossigeno puro, provenienti da tutto il Veneto, in forma sperimentale. In poco tempo avremmo potuto rimetterlo in funzione e riavviarlo in urgenza e aggiornarlo. Abbiamo inviato la nostra proposta alle sfere più alte..ma non abbiamo mai avuto risposta»

Le presenze

Senza contare che con le misure restrittive e i protocolli sanitari in vigore dall’inizio della pandemia il centro ha dovuto dimezzare le presenze in Camera Iperbarica con le conseguenze ben immaginabili. Se le due camere iperbariche potrebbero ospitare alla volta fino a 11 pazienti oltre al medico in assistenza, oggi possono prendere parte alle sedute solo 6 pazienti, tanto che le sedute stesse sono state oggetto di una completa riorganizzazione come orari e come terapia. Allo scopo di ridurre i rischi per gli operatori della struttura, al personale viene effettuato un tampone rapido ogni 15 giorni o al bisogno ovviamente in caso di contatti stretti con positivi. «Abbiamo fatto della sicurezza estrema la parola d’ordine - spiega il Presidente Borella – fin dal paziente zero di Codogno. Ricordo che abbiamo passato quella domenica pomeriggio del 23 febbraio scorso a metterci in moto per accaparrarci mascherine, guanti, alcol quando ancora non se ne parlava, convocando tutti in riunione in urgenza. Da allora non abbiamo mai mollato la presa, vista anche l’offerta terapeutica che offriamo ai nostri pazienti. E oggi, forti anche di questa esperienza e di un trattamento così innovativo e secondo la letteratura scientifica all’avanguardia per diverse patologie, vogliamo far capire che non c’è alcun pericolo, che pur nella pandemia, possiamo continuare a curare i pazienti con il nostro prodotto principe ossia l’ossigeno»

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