Martedì, 19 Ottobre 2021
Salute

Emergenza Covid: l'esperienza in prima linea di medici e infermieri del reparto di nefrologia

«A un certo punto un nostro collega è peggiorato, è stato ricoverato in terapia intensiva: da soccorritore a vittima, questa la faccia subdola del Covid-19, nessuno di noi resta "pulito"»

«Siamo un gruppo di infermieri e medici che opera nel reparto di Emodialisi dell’Azienda Ospedaliera di Padova, reparto afferente alla Divisione di Nefrologia, Dialisi e Trapianto diretta dal professor Lorenzo Calò e coordinato dal punto di vista infermieristico da Franco Martinello. Volevamo riportare l’esperienza di chi in questi mesi ha dovuto lavorare con pazienti cronici e ad alto rischio come gli emodializzati cronici».

Vo' in isolamento

«Fino al 21 febbraio, quando Vo' è stato messo in isolamento e dichiarato uno dei cluster italiani del Covid-19 il virus era qualcosa che apparteneva alla Cina, che stava toccando marginalmente la Lombardia, che non interessava il Veneto, che non interessava Padova: nessuno avrebbe potuto immaginare come sarebbe cambiata la nostra vita. Dal giorno dopo, in ospedale, abbiamo iniziato a mettere le mascherine, noi e i pazienti e poi dal lunedì successivo è diventata la regola. Una regola che insieme alla misurazione della temperatura corporea, agli ingressi controllati, all'incremento dell'uso dei guanti e dei disinfettanti, alla distanza di sicurezza, ha modificato il nostro modo di lavorare e di stare nelle sale di dialisi. Ha modificato il “come” stare e curare i nostri pazienti con i quali dividiamo ogni giorno un pezzetto di vita, sorrisi, lacrime, strette di mano, che ora non ci sono più. Con loro condividiamo una vicinanza affettiva che ore viene interrotta dalle barriere che mettiamo per proteggerli e per proteggerci. Sono passati i giorni e ci siamo allarmati per qualche caso sospetto: c’è stato anche un contagio (su 220 pazienti trattati settimanalmente) tra i nostri pazienti, poi tre di noi e un medico si sono ammalati».

«Sempre più dentro, sempre più vicino: come un tornado arriva la paura di ammalarsi e di fare ammalare, il senso di colpa che ti accompagna quando torni a casa e non riesci ad abbracciare chi ami, che ti fa "star bene" solo quando sei in ospedale insieme a chi è come te e, insieme a te, vive ogni giorno nell'incertezza e nella concreta possibilità che un tampone negativo diventi positivo. A un certo punto un nostro collega è peggiorato, è stato ricoverato in terapia intensiva: da soccorritore a vittima, questa è la faccia subdola del Covid-19, nessuno di noi resta "pulito" tutti siamo potenziali vittime a vari livelli. Giorno dopo giorno gli occhi che sono l'unica parte visibile dei volti, si incontrano e si parlano, attraverso gli sguardi passano emozioni che non hanno parole, lacrime invisibili che condividono un dolore muto e in questo spazio si ha bisogno di sentirsi meno soli, di piccoli gesti, come quello fatto da un nostro dirigente medico il dottor Giuseppe Scaparrotta che ha regalato a tutti una mascherina tricolore per indossare un segno visibile di appartenenza, una “semplice” mascherina tricolore che ci accompagna e ci stringe in un' abbraccio virtuale, che speriamo, diventi presto reale. La nostra foto vuole essere un auspicio di un ritorno ad una “normalità” che sarà diversa per quello che abbiamo vissuto in prima linea. Un ringraziamento va anche ai nostri specializzandi che mai hanno fatto mancare il loro apporto e la loro presenza sostenendoci nei momenti di difficoltà. Mentre scriviamo questa testimonianza stiamo tutti bene, il nostro collega è stato dimesso dalla terapia intensiva ed è tornato a casa ma nulla è finito, nulla è scontato, tutto è e sarà diverso, siamo e saremo diversi, forse migliori. Prendersi cura di chi si prende cura, una grande sfida che parte da noi».

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