rotate-mobile
Calcio

Stefano Marchetti: «Cittadella, Doctor Jekill e Mister Hyde. I playoff non li meritavamo, giusto non andarci»

Il direttore generale granata analizza con dettaglio e con grande onestà intellettuale la stagione dei suoi giocatori

Stagione conclusa e tempo di primi bilanci per Stefano Marchetti, direttore generale del Cittadella, intervenuto al programma televisivo “Rigorosamente Cittadella” su Telechiara nella serata di lunedì. Tanti i temi trattati, a partire da un campionato agrodolce, concluso al quattordicesimo posto dopo le prime 20 partite da sballo e le restanti 18, spesso, da film dell’orrore: «Siamo stati Doctor Jekill e Mister Hyde, abbiamo avuto due facce in questa stagione. Difficile da spiegare se non riconoscendo che l’aspetto psicologico è fondamentale nel calcio, soprattutto con ragazzi giovani o che si approcciano alla categoria per la prima volta», esordisce il dg granata. «Trascinati dall’entusiasmo abbiamo fatto un girone d’andata di altissimo livello, ma dopo le sconfitte contro Ternana e Sampdoria, con prestazioni importanti, siamo andati in difficoltà mentale. C’è sicuramente rammarico per non avere colto l’opportunità di arrivare ai playoff. Anche dopo la grande crisi degli 8 k.o di fila, le squadre davanti a noi sembravano aspettarci. Senza il pari con la Feralpisalò e la sconfitta contro il Como, probabilmente raggiungevamo il Brescia in post season. Il rammarico è tanto e dispiace, ma questi playoff non ce li meritavamo ed è stato giusto non andarci».

Prosegue il dirigente granata: «Quando sei al quarto posto e fai buoni risultati come all’andata, alzi il livello delle aspettative e quest’ultime ti costringono a dimostrare sempre qualcosa in più. Abbiamo giocato con il braccino corto dopo i k.o. di gennaio e febbraio, facendoci beffare sugli episodi. Devo riconoscere che siamo stati bravi, ad un certo punto, a portare a casa la salvezza, conquistando punti importanti con tanti pari. Dopo la vittoria di Reggio Emilia ho capito che, a meno di cataclismi, eravamo praticamente salvi. Teniamo di buono la salvezza, rimane il dispiacere per i playoff: quest’anno erano molto abbordabili».

Atteggiamento e motivazioni

Un Cittadella salvo con largo anticipo, in lotta per i playoff sino alla penultima giornata, ma che in alcuni frangenti della stagione ha dato la sensazione di avere perso la vena gagliarda, tipica del DNA Cittadella: «Nel trend negativo non è sempre stato facile trovare la sicurezza. Un esempio? Anche a Reggio Emilia non c’è stato il vero Citta, tanto che la gara potevamo vincerla come perderla. Le scorie di quel periodo complesso ce le siamo portate dietro per molto tempo e non siamo stati capaci di ritrovare il nostro marchio. Ho rivisto sprazzi del vero Cittadella contro il Como. Anche se abbiamo perso ho visto gli atteggiamenti giusti, giocando senza paura. Nel girone di ritorno non siamo stati sbarazzini». 

Eppure, nonostante i periodi complessi, le avversarie non hanno mai sottovalutato la squadra padovana: «Giocare contro di noi è sempre difficile. Abbiamo sempre dimostrato di poter vincere contro tutti. Lasciatemi dire una cosa: il Cittadella rifarà la Serie B e non è facile farlo, basta guardare chi retrocede. Non abbiamo fatto bene nel girone di ritorno, sono onesto, ma la pagnottina salvezza ce la siamo portata a casa e sono orgoglioso di questo campionato, di questa salvezza, dei giocatori che sono cresciuti. In questa stagione c’è stato un lavoro importante. Chi parla di un Citta che non vuole andare in serie A sbaglia. Io inizio ogni stagione puntando ovviamente alla salvezza. Ma poi è chiaro che se mi trovo in una condizione tale da poter ambire alla serie A ci provo. Dopo i nove risultati utili consecutivi io in serie A ci volevo andare, ci mancherebbe che a quel punto non volessimo provare a salire. Non so bene cosa sia successo e analizzeremo bene quanto accaduto. Ma lo faremo non ora a caldo, ma tra qualche tempo».

Il punto sul tecnico e il gruppo

Riflessioni sul futuro, partendo dal gruppo squadra: «Il problema credo sia stato di natura caratteriale. Qualche giocatore non ha avuto la costanza, in termini di personalità, per giocare ad alti livelli. Le qualità ci sono e non farò rivoluzioni quest’estate. Ora è il tempo di valutare chi può reggere questa categoria soprattutto a livello mentale. Non andremo a prendere il super bomber, ma acquisteremo giocatori che possano reggere la B e saranno grandissime scommesse, come abbiamo sempre fatto e che fino ad oggi abbiamo spesso vinto. Stravolgere questo modo di ragionare sarebbe follia e l’inizio della fine. Cittadella non è Bari o Genova, ma abbiamo un DNA chiaro. Qui serve gente con fame e voglia di arrivare, che trova stimoli quando non è facile trovarli. Qui non ci sono pressioni, ma siamo una grande ed importante società italiana. Siamo un modello difficile da imitare, ma che logicamente non ha la certezza matematica di raggiungere sempre gli obiettivi. Se non ragioniamo da Cittadella saremo destinati a fallire, ergo servirà anche in futuro grandissima umiltà e determinazione».

E su Gorini c’è una presa di posizione chiara: «Io leggo poco giornali e i social. Mi riferiscono sia molto criticato e dispiace perché credo Gorini sia un simbolo del Cittadella. Lo è stato da calciatore, poi nello staff e adesso lo è come tecnico. È una di quelle persone che ha fatto la storia di questa squadra come Musso, Iori, il grandissimo e strepitoso Pierobon. Gorini non lo valuto solo in base ai risultati, ma anche sul piano umano e tecnico. Il risultato si raggiunge attraverso il gruppo a Cittadella. Vinciamo e perdiamo insieme. Io non ho fatto nessuna valutazione su chicchessia perché in primis le devo fare, come sempre, su me stesso, capendo gli stimoli e la voglia di ripartire. È una questione di onestà professionale per ripartire con maggiore forza. Una volta fatta questa analisi, valuterò le altre decisioni da prendere. Non sarà una cosa che farò in tempi brevissimi perché sono valutazioni importanti e che meritano di essere ponderate approfonditamente. Devo staccare la spina nel mio lavoro, altrimenti la testa va in tilt. La verità? Oggi siamo stanchi, ma tra un mese l’entusiasmo sarà a 2000 ve lo posso garantire. Quando ami e stimi una società e una proprietà come il Cittadella, gli stimoli devono tornare in un nanosecondo. Se mi guardo attorno non vedo l’erba del vicino più verde, anzi. Se siamo ripartiti dopo essere arrivati ad un millimetro dalla Serie A, la mazzata più difficile da cui riprendersi, possiamo farlo anche ora».

I singoli e il mercato di gennaio

Il gruppo, ma anche i singoli, le dinamiche del mercato di gennaio e il tema attaccanti: «Lo scorso mercato di gennaio? Rimpianti non ne ho, anche se avevamo giocatori richiesti ed abbiamo rinunciato a tanti soldi. Trattenerli in quel momento non è stato facile ed è stato uno sforzo non indifferente, andando contro la nostra logica. In quel momento ci stavamo facendo la bocca buona ai playoff, inutile negarlo: in difesa eravamo messi benissimo, in mezzo c’erano alternative, mentre in avanti abbiamo rinunciato a vendere un giocatore per molti soldi. Idee per l’estate? Sto già trattando un giocatore che mi piace molto e spero di trovare la quadra. In certi ruoli è difficile trovare profili giusti perché c’è poca qualità. Un esempio? La punta. Guardate la Nazionale Italiana: un tempo c’erano Boninsegna, Riva, Paolo Rossi, Mancini, Vialli, mentre adesso? In B ci sono 5-6 punte che arrivano matematicamente in doppia cifra, ma non sono alla portata del Cittadella. Qui sono passati attaccanti straordinari, ma non lo erano prima di arrivare qui. L’attaccante bisogna inventarselo, con tutti i rischi del mestiere. C’è da lavorare sulla testa, sui movimenti, su tantissimi dettagli. C’è chi apprende rapido perché ha fame ed allora ecco gente come Coralli, Kouamé, Meggiorini e ne potrei dire altri 100. Poi ci sono quelli con lo stesso talento, ma si accontentano. Un giocatore che mi è piaciuto a Cittadella quest’anno? Solitamente non faccio nomi, ma lui merita di essere citato: Amatucci. Lui ha un fuoco dentro che spesso ha fatto la differenza perché ha capito subito dove si trovava. Pittarello? È un giocatore con il DNA che piace a me perché lascia tutto sul campo, a livello fisico è importante e mi è piaciuto molto per l’atteggiamento. Cosa deve fare per passare ad uno step successivo? Deve crescere su quello in cui stiamo lavorando: l’attacco alla porta ed aggiungere determinati movimenti che prima non aveva. Il gol ce l’ha nel sangue, a patto di lavorare su questi due concetti. I 9 pali sono degli errori, ma lui si è creato queste occasioni, significa che i gol in canna ci sono. È intelligente, ascolta i consigli e ci sta lavorando. Diventerà forte se “giocherà senza pensare”. Che cosa significa? Che ogni movimento o giocata viene in automatico, come pedalare in bicicletta. Pandolfi? È l’opposto di Pittarello. Ha talento, colpi, vede la porta, ma gli manca stare dentro uno spartito ed assimilare tatticamente certi movimenti, diventando più "leone". A sua discolpa c’è da dire che ha avuto problemi ad una spalla che l’hanno condizionato in tanti momenti. Voglio sottolineare che è un ragazzo serio, senza grilli per la testa, al tempo stesso deve giocare più per la squadra. In area fa gol, ma a Cittadella ci sono altre 500 cose da fare e se non le fai si fa fatica. Tutti e due lavoreranno e diventeranno grandi giocatori a Cittadella. Poi se arrivano le richieste, non sono certo solo io a deciderlo. A me piacerebbe lavorare con loro, ma come dico sempre bisogna che entrambi le parti lo vogliano».

Si parla di
Sullo stesso argomento

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Stefano Marchetti: «Cittadella, Doctor Jekill e Mister Hyde. I playoff non li meritavamo, giusto non andarci»

PadovaOggi è in caricamento