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Promozione, Abano: Carlo Perrone "L'Abano come la Serie B"

Tra passato, presente e futuro, in esclusiva a Padova Oggi, le parole del nuovo allenatore dell'Abano Carlo Perrone

Carlo Perrone e l’Abano: due rette destinate ad incontrarsi. Come ammette il neo tecnico della squadra neroverde, appena retrocessa in Promozione. “Per un giorno, nell’estate del 1978 sono stato dato in prestito alll'Abano. Avevo 17 anni e il Padova aveva deciso di mandarmi in Serie D per farmi le ossa. Ero molto contento della chance e mi sono allenato ai piedi dei Colli per un giorno. Peccato la sera stessa il Padova chiamò per dirmi che dovevo tornare in biancoscudato, perché all'epoca in quarta serie c'era il limite di 3 prestiti da squadra professionistiche. L'Abano in realtà voleva prendermi con una formula diversa dal prestito, ma il Padova non era d'accordo. Alla fine, quella stagione personalmente non mi andò male, perché debuttai Serie C, ma evidentemente l'Abano era nel mio destino." Oltre a questo necessario preambolo, è un Carlo Perrone a 360° quello che parla in esclusiva a Padova Oggi all’indomani del suo nuovo incarico con l’Abano. Ambizioni, giovani, Portogallo, Padova, Cittadella, un melting pot di argomenti con sempre al centro di tutto un solo aspetto: la qualità. Quella che fa veramente la differenza nel calcio. Ecco le sue parole.

Perché ha scelto l'Abano? Sono tornato dal Portogallo con la voglia di fermarmi a casa. L’esperienza è stata molto bella dal punto di vista dei risultati, ma con delle problematiche extra campo. Volevo restare in Italia. Il presidente Garon e il ds Sartori hanno saputo trasmettermi fiducia. Il progetto è bello, la società ha storia ed è scesa in una categoria che non gli compete. C’è tanta passione e credono molto nelle mie capacità. Mi hanno trasmesso grande stima e vogliamo cercare di essere competitivi, consci che ci saranno squadre molto attrezzate.

Da che base riparte la squadra? Faremo allenamento di giorno, esattamente come i professionisti. Mi piace questa scelta perché lavorerò con tanti giovani ed è un aspetto del mio lavoro che amo. Poi cercheremo anche uomini di esperienza. Certo, avremo delle difficoltà per quanto riguarda quest’ultimi perché in Promozione oltre al calcio, spesso, si lavora durante la giornata, ma sono sicuro che riusciremo a fare qualcosa in questo senso. Magari prenderemo qualcuno da fuori o riusciremo a convincerne qualcuno della zona. Noi abbiamo scelto un altro percorso, ugualmente competitivo.

Cosa si sente di promettere ai tifosi? Non posso promettere i risultati, ma posso dire cosa ho promesso alla società: passione per questo sport, che mi porta ad affrontare sfide sempre diverse e stimolanti, e poi sacrificio. Siamo fiduciosi e partiamo con entusiasmo.

Lo stesso che ha avuto in Portogallo. Abbiamo fatto una cavalcata trionfale con l’Olhanense, vincendo il campionato. Abbiamo remato tutti dalla stessa parte, nonostante le condizioni economiche difficili e la cessione del nostro migliore giocatore alla fine del girone d’andata.

Con i giovani ha un feeling particolare. Le chiavi per farli rendere al meglio? Premessa necessaria: non sono un allenatore che ha pregiudizi nei confronti dei giovani. Per me esistono i calciatori bravi e quelli meno bravi. In Italia si fa distinzione tra esperti e meno esperti, sbagliando. L’età è un plus, perché hanno mentalità più aperta e assorbono le informazioni più rapidamente. Cercheremo gente con fame e con voglia di migliorarsi, che abbiano voglia di fare un percorso che li porti a migliorare e chissà anche a giocare in futuro in categorie superiori rispetto la Promozione. Il tutto senza tralasciare il fatto di essere competitivi e salire di categoria.

Obiettivo dichiarato, la risalita immediata in Eccellenza? Anche qui ho apprezzato i pensieri e le parole del presidente quando mi indica la crescita graduale come la via progettuale ideale per questo Abano. Certo, c’è desiderio di risalire, ma anche ragionando su base pluriennale.

Abbiamo parlato di giovani, quanto sarà importante la cantera neroverde in questa crescita? Tra i motivi per cui ho accettato Abano è stata la scelta a responsabile del settore giovanile di Gigi Capuzzo. Persona che stimo professionalmente ed umanamente. Non interferirò nel suo lavoro, ma se vorrà chiedermi una mano sarò ben felice di supportarlo. Sempre nel massimo rispetto dei ruoli. A questi livelli le società si allungano la vita se lavorano sull’attività giovanile, ma c’è bisogno di tempo.

Perché in Europa c’è maggiore pazienza con i giovani? Aggiungo anche coraggio, anche se amo poco definirlo così. Posso approfondire?

Certo. In Italia per tanti anni ci siamo dimenticati di una parola chiave: qualità. Soprattutto quella tecnica del giocatore. A prescindere dalle capacità fisiche. Per anni abbiamo commesso errori in questo senso. Abbiamo pensato che la fisicità e la tattica collettiva potessero primeggiare rispetto la tecnica. Nei paesi latini, come in Germania o in Francia il calciatore è al centro di tutto, curando tanto gli aspetti tecnici dell’individuo. Noi per anni siamo stati maestri nella produzione di numeri 10, così come a livello difensivo in termini di marcatura individuale ci invidiavano tutti. Ad un certo punto abbiamo lasciato perdere tutto questo, privilegiando la ricerca del risultato attraverso la forza fisica e il rigore tattico. Io mi sento diverso.

Lei è stato un giocatore estroso in effetti, anche come allenatore predilige un approccio tattico diciamo “libero”? Io sono un mister che lascia molta libertà dalla metà campo in su. Equilibrio e strutture sono fondamentali, ma il giocatore non è da ingabbiare in schemi rigidi. Si lavora per immagazzinare determinati dettami tattici, ma poi spazio all’inventiva e alla fantasia, gli 1 contro 1 che sono il sale del calcio.

Fedele alla sua storia da calciatore. Si, ho sempre avuto un occhio di riguardo per il talento e la tecnica. Le partite vengono decise dagli episodi, dall’estro, dalle scelte giuste dei calciatori. Ad un certo punto abbiamo pensato che prestanza fisica e tatticismo esasperato fossero la via giusta per raggiungere l’esito e che l’allenatore sia più importante di chi va in campo. Pensiamo ad un Roberto Baggio in panchina o Zola e Signori esiliati sulla fascia sinistra. Siamo nel teatro dell’assurdo. Nel mio piccolo ho sofferto anche io queste decisioni da calciatore, soprattutto negli anni 90, quando in tanti hanno iniziato ad imitare Sacchi senza avere le sue capacità, ma anche i calciatori a disposizione. Con tutto il rispetto possibile, ma fare giocare Mannari o Van Basten non è la stessa cosa!

Torniamo all’attualità. Quali sono le rivali dell’Abano in questa stagione? In primis pensiamo a lavorare bene noi. Ci sono tante squadre che spendono molto, in tante faranno all in e sarà un campionato molto competitivo. Il Monselice ha voglia di vincere e si sta attrezzando per salire, ma ho sentito anche il Porto Viro che sta lavorando in questo senso. Vediamo come saranno i gironi e poi potrò farmi un’idea più precisa.

Che idea si è fatto invece sulla situazione del suo Padova? Due piani di analisi. Il primo, sono stati spesi molti soldi. Il secondo, una buona dose di sfortuna, perché Perugia e Sud Tirol hanno fatto qualcosa di incredibile in questi due anni. Detto questo, mi aspettavo comunque di più dal Padova in relazione agli investimenti compiuti. Ho visto poche partite quest’anno, ma nei playff sono rimasto deluso dall’identità e dalla qualità di squadra, oltra agli atteggiamenti di più di qualche giocatore. Non mi sento di aggiungere altri giudizi. Ci sono rimasto male, perché ho il Padova tatuato nel cuore e pensavo, sinceramente, fosse l’anno giusto per tornare in Serie B.

E sul Cittadella? Qualcuno ha storto il naso per il mancato accesso ai playoff. Mi viene da sorridere a quest’ultime parole. C’è da costruire un monumento a Gabrielli e Marchetti per quello che fanno da anni a Cittadella. Un lavoro straordinario, tendente al miracolo. Mi sembra di sentire i tifosi dell’Atalanta che si lamentano del mancato accesso in Europa. È proprio vero che il tifoso ha memoria corta.

Ultima domanda: perché Carlo Perrone, con un grande passato tra i professionisti, è ripartito dalla Promozione? Non si sente un po’ dimenticato dal grande calcio? Sinceramente, sono un uomo felice, appagato e soddisfatto. Ho una sana autostima e vivo il calcio come passione. A tutti i livelli. Per l’Abano è come se mi avessero chiamato ad allenare in Serie B. Io ho sempre lo stesso tipo di approccio, mentalità ed impegno. Non cerco rivincite dal professionismo. Quando e se si accorgeranno, io sarò pronto. Ad Abano sono in una società con storia e spero porteremo ad una categoria superiore.

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